L’ondata di calore che ha investito il Regno Unito alla fine di giugno ha lasciato dietro di sé non solo temperature record, ma anche una domanda scomoda sul modo in cui raccontiamo il cambiamento climatico.
Un’analisi dell’Energy and Climate Intelligence Unit (ECIU), che ha esaminato quasi 2.500 articoli pubblicati tra il 22 e il 28 giugno dai nove principali quotidiani britannici, ha mostrato che quasi tre articoli su quattro (72%) dedicati al caldo estremo non contenevano alcun riferimento al cambiamento climatico o al riscaldamento globale, mentre solo il 5% mettevano in relazione l’ondata di calore con il cambiamento climatico e le politiche di mitigazione e di adattamento allo stesso.
Il risultato colpisce perché arriva da un Paese nel quale il dibattito sul clima è ormai consolidato e consapevole e nel quale la ricerca scientifica sull’attribuzione degli eventi estremi è tra le più avanzate al mondo.
Lo studio non racconta soltanto il modo in cui il Regno Unito parla delle ondate di calore. Offre anche un’occasione per interrogarsi su come questi stessi eventi vengano raccontati in Italia.
Manca il contesto
Non disponiamo, almeno per ora, di un’analisi sistematica analoga a quella realizzata dall’ECIU. Sarebbe quindi scorretto stabilire confronti quantitativi. Tuttavia, basta osservare la copertura delle recenti ondate di calore (o come questi eventi vengono raccontati nei programmi meteo) per cogliere una dinamica simile. La maggior parte delle notizie riguarda temperature record, bollini rossi, notti tropicali, pronto soccorso sotto pressione, consumi energetici e disagi nelle città. Più raramente questi eventi vengono inseriti nel contesto più ampio del cambiamento climatico o accompagnati da una spiegazione del legame tra riscaldamento globale e aumento della probabilità, della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore.
Il punto, però, non è semplicemente se il cambiamento climatico viene citato oppure no. Il vero problema è come viene raccontato.
Molto spesso il riferimento al clima compare come una frase di rito (per esempio: “complice il cambiamento climatico”) senza ulteriori spiegazioni. Raramente vengono richiamati gli studi di attribuzione che consentono oggi di valutare quanto il riscaldamento globale e il conseguente cambiamento del sistema climatico abbia reso più probabile o più intenso un determinato evento estremo. È utile ricordare che l’IPCC, la principale autorità scientifica mondiale in materia, considera gli eventi meteorologici e climatici estremi gli eventi caldo e freddo estremo, precipitazioni intense e inondazioni pluviali, esondazioni fluviali, siccità, tempeste (inclusi i cicloni tropicali), nonché eventi compositi (estremi multivariati e simultanei). Ancora più raramente il racconto si estende alle implicazioni per l’adattamento, la pianificazione urbana, la salute pubblica o la riduzione delle emissioni.
Il risultato è che il caldo rimane una notizia meteorologica, mentre il cambiamento climatico continua a essere percepito come uno sfondo indistinto.
Una storia diversa
Eppure, la ricerca scientifica racconta una storia diversa. Nessun climatologo sostiene che il cambiamento climatico provoca direttamente una singola ondata di calore. Ciò che la letteratura scientifica dimostra con sempre maggiore precisione è che l’aumento della concentrazione dei gas serra altera le condizioni di fondo del sistema climatico, rendendo gli eventi estremi più frequenti, più intensi e più duraturi. È questa la differenza tra meteorologia e climatologia: la prima descrive l’evento, la seconda ne spiega il contesto.
Esiste poi un altro aspetto che riceve ancora poca attenzione: la mortalità legata agli eventi estremi e in particolare alle ondate di calore. Il caldo estremo rappresenta già oggi uno dei principali rischi climatici per la salute umana in Europa, ma è anche uno dei più difficili da raccontare. Diversamente da un’alluvione o da un terremoto, raramente produce un bilancio immediato delle vittime. Le persone non muoiono “di caldo” nel senso stretto del termine. Il caldo accelera o aggrava patologie cardiovascolari, respiratorie, renali e metaboliche, anticipando decessi che nei certificati di morte vengono registrati sotto altre cause.
Per questo motivo non esistono, almeno nell’immediato, statistiche ufficiali sui decessi attribuibili alle ondate di calore o, tantomeno, al cambiamento climatico.
Nei giorni scorsi un gruppo di ricercatori dell’Imperial College London, del Met Office e della London School of Hygiene and Tropical Medicine ha stimato che le ondate di calore di maggio e giugno abbiano provocato oltre 2.700 decessi in Inghilterra e Galles. Di questi, circa 1.100 (42%) sarebbero attribuibili al riscaldamento globale causato dalle attività umane.
La mortalità in eccesso
Si tratta di una stima scientifica, non di un dato ufficiale.Per arrivare a questi numeri gli epidemiologi confrontano la mortalità osservata durante l’ondata di calore con quella che ci si sarebbe attesi in condizioni climatiche normali: la cosiddetta «mortalità in eccesso». Successivamente, gli studi di attribuzione confrontano il clima reale con uno scenario ipotetico nel quale il riscaldamento globale non si fosse verificato, stimando così quale quota di quei decessi sia effettivamente riconducibile al cambiamento climatico.
È un procedimento complesso, ma fondamentale. Perché rende visibile ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto.Forse è proprio questa la lezione più interessante che emerge dallo studio britannico. Non è tanto vero che il cambiamento climatico sia assente dall’informazione. Più spesso manca il contesto che permette di interpretare gli eventi.
Perché accade?
Perché accade? La risposta probabilmente non dipende da un’unica causa. La cronaca è costruita per raccontare gli eventi: ciò che accade oggi, ciò che sospende la normalità, ciò che richiede una risposta immediata. Il cambiamento climatico, invece, è un processo che si sviluppa nell’arco di decenni. Mentre la meteorologia descrive l’evento, la climatologia ne spiega il contesto. Trasformare questo contesto in una notizia richiede tempo, competenze e spazio, risorse che il giornalismo quotidiano non sempre può dedicare.
A ciò si aggiunge un elemento di natura scientifica. Per molti anni i climatologi hanno giustamente sottolineato che non era possibile attribuire un singolo evento meteorologico al cambiamento climatico. Oggi, grazie ai cosiddetti studi di attribuzione, sappiamo formulare una domanda diversa e più corretta: non se il cambiamento climatico abbia causato un determinato evento estremo, inclusa un’ondata di calore, ma quanto abbia aumentato la probabilità, l’intensità e la durata di quell’evento. Questo cambiamento di prospettiva non è ancora entrato pienamente nel linguaggio dell’informazione.
Esiste poi una frammentazione delle competenze. Le ondate di calore vengono spesso raccontate nelle pagine di cronaca, di meteorologia o di salute, mentre il cambiamento climatico rimane confinato nelle sezioni dedicate all’ambiente o alla scienza. Così gli effetti vengono descritti con precisione, ma il quadro che li collega tende a dissolversi. Inoltre, raccontare gli effetti è quasi sempre più semplice che spiegare le cause: una temperatura record o una città da bollino rosso sono immagini immediate e facilmente comprensibili; molto più complesso è spiegare come l’accumulo di gas serra abbia modificato il bilancio energetico del pianeta, rendendo gli eventi estremi sempre più frequenti e intensi.
Naturalmente, questa non è l’unica spiegazione. Accanto ai limiti strutturali del giornalismo esistono anche dinamiche che riguardano il sistema dell’informazione e il dibattito pubblico. La letteratura scientifica sulla comunicazione climatica e le valutazioni dell’IPCC hanno documentato come campagne di disinformazione e strategie di influenza promosse da soggetti legati all’industria dei combustibili fossili abbiano contribuito, in diversi Paesi, a ritardare l’azione climatica, enfatizzando l’incertezza scientifica, minimizzando gli impatti del riscaldamento globale o spostando il dibattito su temi divisivi. Studi di ricercatrici come Naomi Oreskes, le analisi di InfluenceMap e i rapporti della coalizione Climate Action AgainstDisinformation (CAAD) hanno mostrato come queste strategie continuino ancora oggi a incidere sul dibattito pubblico, soprattutto attraverso i media tradizionali e le piattaforme digitali.
Una cascata di impatti
Parallelamente, valutazioni internazionali come quelle dell’IPBES – in particolare il ValuesAssessment (2022) e il Transformative Change Assessment (2024) – sottolineano che il modo in cui la società interpreta e comunica la crisi climatica (e quella della biodiversità) dipende anche dai sistemi di conoscenza, dai valori, dalle narrazioni dominanti e dagli interessi economici che orientano il dibattito pubblico. In alcuni contesti, inoltre, anche emittenti di servizio pubblico sono state criticate per aver ridotto o interrotto programmi e spazi dedicati all’informazione ambientale, limitando le occasioni di approfondimento su una delle principali sfide del nostro tempo.
La comunità scientifica descrive ormai la crisi climatica come una cascata di impatti: caldo estremo, effetti sulla salute, siccità, crisi idrica, perdita di produttività agricola, danni agli ecosistemi e molte altre conseguenze sono manifestazioni diverse di uno stesso processo, di una crisi sistemica del clima. Nel racconto quotidiano, invece, questi fenomeni continuano spesso ad apparire come emergenze separate, ciascuna confinata nella propria pagina di cronaca.
È forse questa la sfida che attende il giornalismo nei prossimi anni: non limitarsi a documentare l’emergenza, ma aiutare i lettori a comprenderne il contesto. Perché la vera notizia non è soltanto che oggi si siano raggiunti 40 °C. La vera notizia è che temperature che un tempo rappresentavano un’eccezione stanno progressivamente diventando la nuova normalità.
