Non sarà la Spagna a ospitare il primo allevamento industriale di polpi al mondo. La multinazionale Nueva Pescanova, con sede in Galizia, ha rinunciato al progetto che avrebbe dovuto sorgere nel porto di Las Palmas, a Gran Canaria. A confermarlo è stata l’Autorità portuale della città, che ha comunicato il ritiro della domanda di autorizzazione.
La vicenda era cominciata nel 2021, quando l’azienda aveva annunciato l’intenzione di trasformare il polpo comune – fino ad allora soltanto pescato in mare – in una nuova specie da acquacoltura intensiva. L’impianto avrebbe allevato e macellato circa un milione di esemplari l’anno, per produrre migliaia di tonnellate di carne. Un modello copiato da quello già applicato a pesci e crostacei, ma esteso per la prima volta a un mollusco.
Dietro il passo indietro c’è una mobilitazione durata un lustro, capace di unire scienziati, animalisti, ambientalisti e semplici cittadini di mezzo mondo. Solo nelle ultime settimane oltre 43 mila persone hanno scritto all’Autorità portuale per chiedere di archiviare la pratica. La campagna è stata guidata da Compassion in World Farming (CIWF), che oggi rivendica una vittoria storica. A pesare sull’esito è stato anche un dettaglio non secondario: l‘azienda non aveva mai presentato la valutazione ambientale necessaria per ottenere il via libera.
Menti complesse in vasche spoglie
Il cuore della protesta riguardava il benessere animale. Il polpo non è un pesce: è un mollusco con un sistema nervoso sorprendentemente evoluto, capace di apprendere, risolvere problemi, esplorare e ricordare. In natura vive solitario e territoriale, in ambienti ricchi di stimoli.
Rinchiudere creature simili in vasche affollate e prive di stimoli avrebbe significato condannarle a stress cronico, aggressività e cannibalismo. A questo si aggiunge un problema mai risolto: non esiste alcun metodo riconosciuto dalla scienza per uccidere i polpi su larga scala senza infliggere sofferenza. “I polpi sono animali selvatici intelligenti, non merce da rinchiudere in un allevamento”, ha commentato Elena Lara, ricercatrice di CIWF.
Il conto salato per gli oceani
Oltre all’etica, pesano i numeri ambientali. Secondo un rapporto diffuso da CIWF, per ricavare circa 3 mila tonnellate di carne di polpo l’impianto avrebbe divorato, già nel primo anno, quasi 28 mila tonnellate di pesce selvatico destinato ai mangimi.
È il paradosso di ogni allevamento di specie carnivore: per riempire le vasche si svuota il mare. Una pressione ulteriore su stock ittici già sfruttati oltre misura e sulle comunità costiere che da quel pesce dipendono. Invece di alleggerire il carico sugli oceani, come sosteneva l’azienda, l’impianto lo avrebbe reso più pesante.
Adesso serve una legge
La rinuncia crea un precedente importante: per la prima volta un grande progetto del genere si ferma prima ancora di nascere. Ma per gli attivisti non è abbastanza. Un divieto esiste già – lo Stato di Washington, negli Stati Uniti, ha vietato questi allevamenti un paio di anni fa – mentre altrove la ricerca prosegue. Per questo CIWF chiede ora al Paese iberico, alle Isole Canarie e all’Unione Europea di introdurre una norma che vieti in modo esplicito l’allevamento dei polpi e freni l’espansione dell’acquacoltura basata su specie carnivore. Perché animali tanto intelligenti, è la conclusione, meritano di restare ciò che sono: abitanti degli oceani, non prodotti da scaffale
