Il bilancio continua a cambiare mentre in Nepal si cercano i dispersi. Sono almeno 165 le persone morte dopo l’alluvione che mercoledì si è abbattuta sulla regione himalayana al confine con il Tibet. Il numero delle persone senza notizie supera quota mille considerando anche il versante tibetano, ma le autorità avvertono che i conteggi dei due Paesi potrebbero sovrapporsi.
Devastating flash flood hits Nepal’s Rasuwa district 💔
— SUNITA (@SaffronSunita) August 26, 2026
Lives lost. Hundreds still missing including Indian tourists and Kailash pilgrims.
Bridges and roads washed away. Rescue teams working through the day.
May Mahadev protect everyone. 🙏#Nepal pic.twitter.com/7PlVpr2zNo
La dinamica ricostruita finora porta a un fenomeno avvenuto in alta quota: secondo lo US Geological Survey, un crollo glaciale seguito da una colata di detriti ha provocato gli effetti devastanti osservati a valle. L’attività inizialmente interpretata come possibile evento sismico sarebbe quindi collegata al collasso del ghiaccio e della massa di fango e roccia che ha investito il sistema fluviale.
L’acqua ha cancellato strade, ponti e collegamenti
In Nepal la piena ha colpito soprattutto aree lungo i corsi l’acqua, con danni pesanti a case e infrastrutture. Video verificati mostrano masse d’acqua e detriti arrivare al valico di Gyirong, mentre sul versante nepalese strade, ponti e centrali elettriche sono stati danneggiati o spazzati via.
La geografia del disastro rende ora particolarmente difficile raggiungere le persone isolate. Più di 5.000 militari e agenti di polizia sono impegnati nelle operazioni. Gli elicotteri vengono utilizzati per cercare superstiti e portare aiuti nelle zone non raggiungibili via terra. Nella giornata di oggi sono state recuperate 125 persone, tra cui 20 stranieri.
A complicare ulteriormente i soccorsi c’è un altro elemento segnalato dalle autorità cinesi: a monte del valico di Gyirong rimane un lago ancora arginato, la cui possibile evoluzione potrebbe creare ulteriori problemi nell’area già colpita da frane e alluvioni.
Un evento legato alla crisi climatica
Gli stessi terremoti di magnitudo 4,4 e 5,2 registrati nella zona sembrano essere stati un effetto, ma non la causa, della frana: a innescare la sequenza sarebbe stato il crollo di un ghiacciaio, come confermato dai dati USGS. È quanto ha osservato anche il geologo Mario Tozzi sui social.
Il collasso di masse glaciali in alta quota è un fenomeno che gli scienziati associano sempre più spesso al riscaldamento globale: l’aumento delle temperature indebolisce il permafrost e destabilizza i ghiacciai sospesi, rendendo più probabili crolli improvvisi che si trasformano in colate di fango, acqua e detriti. Lo stesso Tozzi ha sottolineato come, in un contesto di crisi climatica ormai in atto, la sicurezza nelle aree montane non possa più essere considerata scontata, imponendo un ripensamento della presenza umana in quota. L’Himalaya, dove si trovano alcuni dei ghiacciai più estesi del Pianeta al di fuori delle calotte polari, è una delle regioni dove questi processi vengono monitorati con maggiore attenzione dalla comunità scientifica internazionale.
Centinaia di stranieri senza contatti
La componente internazionale della tragedia è molto ampia. In Nepal risultavano irreperibili centinaia di turisti e viaggiatori provenienti da oltre venti Paesi. Tra i dati diffusi figurano 142 cittadini indiani, 53 ucraini, 34 australiani, 12 britannici, 17 malesi e nove lavoratori sudcoreani. L’ente turistico nepalese segnalava inoltre 93 cittadini nepalesi ancora dispersi.
Il dato italiano, per ora, è più circoscritto. La Farnesina ha riferito che due cittadini italiani e la loro guida sono rimasti bloccati a monte di una frana e stanno ricevendo assistenza. Erano circa 90 gli italiani presenti tra Nepal e Tibet secondo le informazioni disponibili al ministero.
Sul lato tibetano, la situazione è altrettanto grave. La televisione di Stato cinese CCTV indica 558 dispersi nella contea di Gyirong, 260 dei quali stranieri, mentre le vittime confermate sarebbero tre. Il totale apparente supera così le mille persone, anche se non è ancora possibile stabilire con certezza quante siano effettivamente distinte nei due bilanci.
Il pellegrinaggio interrotto
Una parte significativa delle persone coinvolte si trovava nella regione per turismo religioso. La destinazione era il monte Kailash e il lago Mansarovar, luoghi sacri per induisti e buddisti tibetani. Secondo una testimonianza riportata dal Guardian, decine di pellegrini si trovavano nell’edificio dell’immigrazione quando la massa di fango e detriti ha raggiunto il valico. Le informazioni non erano ancora state verificate indipendentemente.
Anche qui i numeri sono frammentari. L’Australia ha comunicato 34 cittadini dispersi; 15 di loro, secondo l’agenzia che organizzava il viaggio, partecipavano a un pellegrinaggio verso il Kailash. Nel gruppo c’era anche un bambino di 11 anni.
La dimensione internazionale dell’emergenza rende ancora più evidente quanto sia difficile gestire un’emergenza in una fascia di territorio montuoso dove le comunicazioni sono saltate e le strade risultano interrotte. Una testimone sul versante tibetano ha raccontato di aver trovato alberi e pali della luce già abbattuti dall’acqua e di aver dovuto fare marcia indietro per riuscire a salvarsi.
Per ora la priorità resta una sola: raggiungere chi può essere ancora vivo. Il bilancio delle vittime, avvertono le autorità nepalesi, potrebbe salire. E mentre gli elicotteri continuano a sorvolare le vallate, il dato più difficile da leggere resta quello delle persone ancora senza nome e senza contatti: centinaia di famiglie, in Nepal e in molti altri Paesi, attendono di sapere se quella montagna che ha ceduto abbia lasciato ancora qualcuno da riportare a casa.
