Con il voto della plenaria del 15 settembre il Parlamento europeo ha impresso una svolta più rigorosa alla politica climatica dell’Unione. Due le decisioni destinate a pesare nei prossimi mesi: la riforma della riserva stabilizzatrice del sistema Ets, il mercato delle quote di anidride carbonica, e l’ampliamento della cosiddetta carbon tax alle frontiere. Il pacchetto segna una stretta rispetto alle proposte avanzate dalla Commissione e dovrà ora essere negoziato con il Consiglio, per arrivare al più presto a una posizione comune tra le istituzioni. Un percorso che si preannuncia in salita, perché tra le due proposte le distanze restano ampie e perché sul tavolo resta il nodo di sempre: il compromesso tra la spinta a tagliare le emissioni e la richiesta di tutela della competitività che arriva dal mondo industriale.
Quote di riserva più alte
Il nodo centrale riguarda l’Emissions trading system, il mercato in cui si scambiano i permessi che autorizzano l’emissione di una tonnellata di CO2 all’interno dell’Unione. Quando i permessi in circolazione sono troppi il loro prezzo scende e inquinare costa poco: per questo una parte delle quote in eccesso viene congelata in una riserva e, oltre la soglia oggi fissata a 400 milioni, cancellata in via definitiva. Distruggere quei permessi riduce l’offerta e sostiene il prezzo del carbonio; ed è proprio questo che le imprese contestano, perché un prezzo più alto significa per loro costi più elevati.
La Commissione aveva proposto di eliminare del tutto la cancellazione dei permessi, così da lasciarne di più sul mercato e alleggerire i bilanci industriali. Il Parlamento ha scelto invece una via di mezzo: la distruzione delle quote non viene abolita, ma resa meno incisiva, alzando la soglia della riserva dagli attuali 400 a 650 milioni a partire dal 1° febbraio 2027. In concreto un numero maggiore di permessi potrà essere accantonato prima di finire cancellato. La misura, spiega il relatore Pierfrancesco Maran (S&D, Pd), assicura alla riserva del mercato la flessibilità necessaria e risponde a un “giusto equilibrio tra ambizione climatica e competitività industriale”. L’introduzione di una data certa, aggiunge, offre agli operatori un quadro più prevedibile.
Carbon tax allargata
Linea più severa anche sul Cbam, il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere, pensato per allineare il prezzo pagato dai prodotti europei soggetti all’Ets a quello dei beni importati. L’obiettivo è ridurre il rischio di delocalizzazione delle emissioni, cioè lo spostamento delle produzioni più inquinanti fuori dai confini dell’Unione. I deputati hanno accolto la richiesta della Commissione di estendere il meccanismo oltre le materie prime di base, includendo una lunga lista di prodotti a valle: dai manufatti finiti in acciaio e alluminio fino ad alcuni articoli per la casa.
È stata invece respinta la clausola di salvaguardia che avrebbe consentito di escludere temporaneamente alcuni beni dal prelievo in caso di shock dei prezzi. Al suo posto l’Aula ha deciso di dirottare in via provvisoria i proventi della carbon tax verso i settori più penalizzati, in proporzione al danno subito.
L’ira delle imprese
A far discutere è soprattutto l’urea, materia prima essenziale per l’agricoltura ma preziosa anche per il comparto del legno-arredo, che figurava tra i beni potenzialmente esentabili e che con il voto perde la copertura. Di qui le proteste, esplose già a ridosso della votazione: Coldiretti, Confagricoltura e Federlegno Arredo denunciano un aggravio di costi difficile da sostenere, mentre le organizzazioni agricole europee chiedono correzioni nel confronto con il Consiglio. Sul fronte opposto, chi ha sostenuto la stretta rivendica un segnale di coerenza con gli obiettivi di riduzione delle emissioni.
La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa: il testo approvato dall’Eurocamera è soltanto il punto di partenza di un negoziato che si annuncia serrato.
