Per anni la responsabilità di proteggere i più giovani online è ricaduta sulle famiglie, tra impostazioni da regolare a mano e dichiarazioni sull’età facili da aggirare. Con l’Eu Kids Act presentato a Strasburgo dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dalla vicepresidente al Digitale Henna Virkkunen, quella logica viene rovesciata: d’ora in poi saranno i fornitori a dover dimostrare che i loro servizi sono adatti all’età degli utenti e sicuri fin dalla progettazione. “Siamo noi a decidere le regole, non le Big Tech”, ha rivendicato von der Leyen.
Il regolamento costruisce un accesso graduale per fasce d’età. Sotto i 13 anni scatta il divieto di aprire un account autonomo; ai bambini tra i 3 e i 13 anni restano accessibili, sotto la supervisione dei genitori, soltanto servizi video pensati per loro. Tra i 13 e i 15 anni sono ammessi solo mini-account creati e gestiti dai genitori, con contatti ridotti, funzioni limitate e un tetto massimo di un’ora al giorno. L’età minima per un profilo davvero autonomo sale così a 15 anni, mentre fino ai 18 la sicurezza “by design” diventa un obbligo per le piattaforme.
Un perimetro di interventi ampio
Il perimetro è ampio: non solo social e piattaforme video, ma anche videogiochi, chatbot e AI companion, le applicazioni che simulano compagnia e supporto emotivo. Vietati lo scorrimento infinito, l’autoplay, le notifiche notturne, i meccanismi che spingono a restare connessi e i contatti indesiderati da parte di sconosciuti. I profili dei minori saranno privati per impostazione, con geolocalizzazione, fotocamera e microfono disattivati.
Sul fronte dei controlli, la verifica dell’età diventa obbligatoria all’apertura di ogni account e potrà appoggiarsi all’app europea in via di definizione, costruita per confermare solo la fascia anagrafica senza conservare documenti o dati biometrici. Le piattaforme dovranno presentare un piano di conformità alla Commissione, sottoposto a un revisore indipendente; in caso di violazioni sono previste procedure accelerate, con decisione entro 90 giorni, e sanzioni fino al 6% del fatturato annuo globale. Per gli utenti di ogni età, intanto, la Commissione prepara il Digital Fairness Act, atteso in autunno, contro le funzioni che creano dipendenza.
Parte il negoziato
Il testo, che ora passa al negoziato tra Parlamento europeo e Consiglio, arriva mentre i singoli Paesi si muovono in ordine sparso: Francia (poi bocciata dal ConseilConstitutionnel), Danimarca e Portogallo hanno già fissato limiti, la Spagna li ha annunciati, la Germania li studia. Fuori dall’Unione resta il precedente australiano, con lo stop ai social sotto i 16 anni.
La partita è anche politica. A Strasburgo il Parlamento ha approvato una risoluzione per un ambiente online più sicuro con 395 voti a favore, 136 contrari e 80 astensioni. La maggioranza di governo italiana si è spaccata: a favore solo Forza Italia, contro Fratelli d’Italia, la Lega e Roberto Vannacci.
Non mancano le critiche. Associazioni come il Moige avvertono che affidare l’autorizzazione ai genitori presuppone competenze digitali che molte famiglie non possiedono, con il rischio che il consenso si riduca a una casella da spuntare. Save the Children ha accolto con favore la proposta, chiedendo però sistemi di verifica dell’età davvero affidabili e rispettosi della privacy – il nodo più delicato per rendere applicabili le nuove regole.
