Nelle McMurdo Dry Valleys non nevica quasi mai, la vegetazione è assente e il vento scende dai ghiacciai fino al mare di Ross. È il più vasto territorio libero dai ghiacci dell’Antartide, un deserto polare spesso paragonato a Marte. Eppure da questo suolo gelato sale anidride carbonica, e ne sale sempre di più. Nella Taylor Valley il flusso medio di CO2 è passato da 1,73 grammi per metro quadrato al giorno nel 2020 a 9,49 nel 2025, con un incremento di circa 5,5 volte, mentre il valore massimo misurato è cresciuto da 11,36 a 72,99 grammi. E non si tratta di pochi punti anomali: l’aumento riguarda sia i valori estremi sia l’intera distribuzione dei flussi osservati.
Il dato arriva da uno studio pubblicato su Global BiogeochemicalCycles e firmato da ricercatori del Cnr, dell’Ingv e delle Università di Otago e Waikato, in Nuova Zelanda. Le misure sono state raccolte nell’ambito dei progetti Seneca e Seneca 2 del Programma nazionale di ricerche in Antartide, durante tre diverse spedizioni italiane, con il supporto logistico di Enea e Antarctica New Zealand.
L’impronta digitale del carbonio
La parte più sorprendente riguarda la provenienza del gas. Le analisi molecolari e isotopiche di anidride carbonica e metano indicano che, nella maggior parte dei campioni, il gas non deriva semplicemente dall’attività microbica in superficie ma risale dalle profondità del sottosuolo. Secondo Alessandra Sciarra, prima ricercatrice dell’Ingv, una quota rilevante del carbonio ha “un’origine geologica profonda”. In altre parole, il permafrost non è un tappo impermeabile: per Livio Ruggiero, geochimico del Cnr, può essere “attraversato da carbonio proveniente da sistemi molto più profondi”.
Autostrade salate sotto il ghiaccio
Le vie di risalita potrebbero essere già note. Nel 2015 un’indagine con sensori elettromagnetici montati su elicottero, pubblicata su Nature Communications, aveva individuato zone a bassa resistività, interpretate come materiali ricchi di salamoia, a oltre 100 metri di profondità in tutta la bassa Taylor Valley, apparentemente collegate al McMurdo Sound e al mare di Ross. È lo stesso sistema che alimenta le Blood Falls, dove la salamoia ricca di ferro tinge il ghiacciaio di rosso cupo ossidandosi in superficie. Tuttavia, avvertono gli autori, i dati non consentono ancora di individuare una singola via di risalita o uno specifico meccanismo responsabile delle anomalie.
Il nodo del riscaldamento
Il punto più delicato è il perché. Lo studio non attribuisce direttamente l’aumento allo scongelamento del permafrost: temperatura del terreno, contenuto d’acqua e spessore dello strato attivo non sono stati misurati sistematicamente in tutte le campagne. Il contesto però non è neutro. Una serie di misure raccolte nelle Dry Valleys dal 1993 al 2023 mostra che le temperature invernali del suolo sono aumentate in più siti, a ritmi superiori al riscaldamento estivo, tanto che parte del permafrost antartico potrebbe avvicinarsi a una transizione verso una forma discontinua. E nel 2024 un evento di riscaldamento tardivo senza precedenti ha prodotto un’attivazione record delle acque di fusione, ben oltre il picco estivo.
Un tassello mancante nei modelli
Il risultato va letto con le giuste proporzioni: non significa che l’intero continente emetta cinque volte più CO2, ma che in un’area specifica è stato osservato un processo finora quasi ignorato. Si tratta di un meccanismo di rilascio ancora scarsamente rappresentato nelle ricostruzioni del ciclo del carbonio alle alte latitudini, la cui estensione e persistenza restano da determinare. Un dettaglio non da poco in una regione che, attraverso l’Oceano australe, assorbe circa il 40% del carbonio di origine umana catturato dagli oceani del pianeta.
Per questo i ricercatori chiedono monitoraggi stagionali e pluriennali, misure di temperatura e idrologia del permafrost e indagini geofisiche. Il presidente dell’Ingv Fabio Florindo, coautore dello studio, insiste sulla necessità di programmi di lungo periodo capaci di tornare negli stessi luoghi e misurare i cambiamenti.
