27 Ottobre 2026
/ 27.10.2026

Promesse al ribasso, CO2 al rialzo

Nuovo record di gas serra: da trent’anni si parla di tagli, ma le emissioni non hanno ancora toccato il picco. Senza la regia dell’Onu andrebbe peggio, ma lo scudo multilaterale si è incrinato. Così Trump e i sovranisti stanno regalando alla Cina l’egemonia economica

C’è una parola che ricorre in ogni vertice sul clima da oltre trent’anni: riduzione. E c’è un numero che, da oltre trent’anni, si ostina a fare il contrario. Il Bollettino sui gas serra dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), diffuso oggi a due settimane dalla Cop31 di Antalya, registra l’ennesimo primato: nel 2025 la concentrazione media globale di anidride carbonica ha raggiunto 426,8 parti per milione (ppm), il 153% del livello preindustriale. “Un altro anno, un altro record”, ha commentato la vicesegretaria generale dell’Omm Ko Barrett. Nuovi massimi anche per metano e protossido di azoto, altri due gas serra.

Una curva che sale da settant’anni

Quando Charles David Keeling avviò le misure dell’anidride carbonica sul vulcano Mauna Loa, alle Hawaii, nel 1958, l’aria conteneva 313 ppm di CO2. Lo scorso maggio, al picco stagionale, Mauna Loa ha segnato 432 ppm. Ma a preoccupare è soprattutto il ritmo: negli anni Sessanta la concentrazione cresceva di 0,8 ppm l’anno, nell’ultimo decennio di 2,6. Nel 2025 l’aumento è stato di 2,8 ppm. “È prevedibile un ulteriore incremento delle concentrazioni nel 2026”, avverte Oksana Tarasova dell’Omm, un ulteriore sprint facilitato dal nuovo El Niño formato strong.

Se la concentrazione è la vasca, le emissioni sono il rubinetto. E il rubinetto non si è ancora chiuso. Secondo il Global Carbon Budget 2025, le emissioni di CO2 da combustibili fossili hanno toccato lo scorso anno il record di 38,1 miliardi di tonnellate (+1,1%). Nel 1960 erano poco più di 9 miliardi, nel 1990 circa 22: dall’anno di riferimento del Protocollo di Kyoto sono cresciute di circa il 70%. Intanto il bilancio di carbonio ancora disponibile per restare entro i limiti di sicurezza fissati dalla comunità scientifica si è ridotto a 170 miliardi di tonnellate: circa quattro anni di emission fossili ai ritmi attuali.

Senza l’Onu sarebbe peggio

Sarebbe però sbagliato concludere che la diplomazia climatica sia stata inutile. Nell’ultimo decennio le emissioni di CO2 sono cresciute dello 0,3% l’anno, contro l’1,9% del decennio precedente (Global Carbon Budget), e 35 Paesi hanno ridotto le emissioni continuando a far crescere l’economia. Il Climate Action Tracker ricorda che nel 2015, alla vigilia dell’Accordo di Parigi, le politiche in vigore portavano verso un riscaldamento di 3,6 gradi a fine secolo; oggi la stima è attorno ai 2,6. Una differenza enorme in un contesto in cui ogni decimo di grado pesa in termini di crescita di alluvioni, siccità, intensità degli uragani.

Lo scudo incrinato

Proprio il sistema multilaterale che ha consentito di ridurre la violenza della crisi climatica (anche se non ci ha ancora permesso di raggiungere la fascia di sicurezza) sta però perdendo pezzi. Donald Trump ha portato di nuovo gli Stati Uniti, secondo emettitore mondiale, fuori dall’Accordo di Parigi e a gennaio ha annunciato l’uscita dalla Convenzione Onu sul clima e dall’Ipcc, il panel scientifico dell’Onu, cancellando 4 miliardi di dollari promessi al Fondo verde per il clima. Secondo il Climate Action Tracker, l’abbandono degli obiettivi americani ha già fatto risalire la proiezione basata sugli impegni globali.

E in Europa i partiti sovranisti che guardano alla Casa Bianca di Trump come a un modello premono per frenare il Green Deal. Un pezzo dello scudo costruito per difenderci dall’attacco climatico è venuto meno. Per questo le prossime elezioni – dal voto di metà mandato negli Stati Uniti del 3 novembre alle presidenziali francesi e alle politiche spagnole del 2027, fino a quelle tedesche – mettono in gioco anche la possibilità di ridurre danni e vittime di una crisi innescata dall’iperconsumo di combustibili fossili.

Quando arriverà il picco

Le incognite politiche rendono difficile prevedere il momento in cui si invertirà la curva delle emisssioni. Le previsioni hanno già sbagliato: nel 2022 l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) indicava il 2025 come anno del massimo. Non è andata così. Oggi i segnali più incoraggianti arrivano dalla Cina, responsabile di circa un terzo della CO2 mondiale: secondo un’analisi di Carbon Brief le sue emissioni fossili sono sostanzialmente stabili e non hanno più superato il picco di marzo 2024. Per l’Aie (World Energy Outlook 2025) con le politiche annunciate la domanda di carbone è già al massimo, quella di petrolio raggiungerà il picco intorno al 2030 e quella di gas intorno al 2035. Lo scenario più plausibile è dunque un lungo plateau in questa seconda metà del decennio, seguito da una discesa lenta. Troppo lenta: per restare in linea con 1,5 gradi, ricorda l’Unep, le emissioni dovrebbero calare del 55% entro il 2035. Toccare il picco non basta, conta la velocità della discesa.

La Cop31 di Antalya, dal 9 al 20 novembre, servirà a misurare la capacità di innovazione dei principali attori della partita climatica. In palio c’è la sicurezza collettiva ma anche il primato politico: se l’Europa e gli Stati Uniti non riusciranno a sbarazzarsi dei freni all’innovazione green, il dominio di Pechino sull’economia del ventunesimo secolo difficilmente avrà rivali.

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