29 Ottobre 2026
/ 28.10.2026

Siccità, caldo killer, economia in affanno: la febbre del pianeta corre più veloce di noi

Il decimo rapporto del Lancet Countdown fotografa dieci anni di Accordo di Parigi: i danni alla salute accelerano, le rinnovabili battono un record dopo l’altro, ma la politica tira il freno proprio quando servirebbe l’acceleratore

Più di metà delle terre emerse rimasta a secco per almeno un mese. Settecentodiecimila morti legati al caldo in un solo anno, più di quanti ne facciano malaria e HIV. Oltre mille miliardi di dollari di reddito andati in fumo perché faceva troppo caldo per lavorare. Non è la trama di un film catastrofico: è il bilancio che il decimo rapporto del Lancet Countdown su salute e clima, pubblicato su The Lancet alla vigilia della COP31 di Antalya, consegna ai governi. A dieci anni dall’Accordo di Parigi i danni corrono più in fretta dei rimedi.

Il caldo che uccide

Tra il 2016 e il 2023 il caldo è stato associato in media a 540.800 morti l’anno, quasi il 36% in più del decennio precedente. E la mano dell’uomo pesa sempre di più: la quota attribuibile al riscaldamento globale è salita dal 55% al 68%. Il 2023 ha segnato il primato con 710 mila decessi, il 71,5% dei quali non ci sarebbe stato senza la crisi climatica. Il conto complessivo è pesante: in otto anni quasi 3 milioni di vite perse per un caldo che abbiamo prodotto noi. Poi c’è il portafoglio. Nel 2025 le temperature estreme hanno cancellato 573 miliardi di ore di lavoro potenziali, pari a 1.070 miliardi di dollari: è il terzo anno di fila sopra quota mille miliardi.

La siccità estrema nel 2025 ha stretto nella sua morsa il 51,8% delle terre emerse, un valore superato solo dal 2023. Dal 2016 l’area colpita si allarga a una velocità otto volte superiore a quella del decennio prima. Ma il problema non è solo la mancanza d’acqua: è l’alterazione del ciclo idrico. I satelliti mostrano che dal 2003 l’80% della superficie terrestre ha visto stravolgere le riserve d’acqua del suolo e del sottosuolo, con il 43% che si prosciuga e il 37% che cresce. Le piogge più violente colpiscono ogni anno il 17,2% delle terre, contro il 14,8% di dieci anni fa. Risultato: raccolti a rischio, frane, alluvioni.

L’Italia boccheggia

Il nostro Paese è in prima linea. L’82,7% dei giorni segnati da ondate di calore tra il 2021 e il 2025 è un regalo del cambiamento climatico: senza, non ci sarebbero stati. A soffrire di più sono i più fragili, bambini piccoli e anziani. E nei cantieri il prezzo pagato è particolarmente alto: nel 2025 il caldo è costato 4,6 miliardi di dollari di reddito potenziale, e il 44% della perdita è ricaduto sui lavoratori delle costruzioni.

Eppure la partita non è persa, e il rapporto lo dimostra con i numeri. Nel 2025 il mondo ha investito nell’energia pulita la cifra record di 2.100 miliardi di dollari, l’82% in più dei 1.160 miliardi andati ai combustibili fossili. Tra il 2016 e il 2023 la quota di elettricità prodotta dalle nuove fonti rinnovabili è più che raddoppiata, dal 5,5% al 13,5%. E i benefici si respirano, letteralmente: l’aria più pulita salva circa 323 mila vite l’anno in almeno 77 Paesi dove l’inquinamento da fossili è calato dal 2016. Anche la sanità si attrezza: 56 Stati hanno un piano nazionale di adattamento, erano 14 nel 2015, e dove funzionano i sistemi di allerta precoce le vittime degli eventi estremi crescono più lentamente.

Il freno a mano della politica

Il guaio è la velocità. I fossili coprono ancora più dell’80% dell’energia mondiale e nel 2024 le emissioni hanno toccato un nuovo massimo. Le 100 maggiori compagnie di petrolio e gas puntano a estrarre entro il 2040 il 150% in più di quanto consentito dall’obiettivo di 1,5 gradi come soglia di aumento della temperatura: un anno fa lo sforamento previsto era del 138%. Dal 2016 i governi hanno versato 6.200 miliardi di dollari in sussidi netti ai fossili, e nel 2024 dieci Paesi hanno speso di più per sostenerli che per curare i propri cittadini.

Intanto la politica fa marcia indietro: gli Stati Uniti hanno abbandonato l’Accordo di Parigi, e all’Assemblea generale dell’Onu la quota di Paesi che citano il legame tra clima e salute è crollata dal 65,9% del 2021 al 26,3% del 2025. Per l’adattamento sanitario dei Paesi in via di sviluppo sono arrivati 1,1 miliardi di dollari, un terzo dei 3,3 miliardi l’anno che rappresentano il fabbisogno minimo.

Da qui la richiesta degli autori: riconoscere il cambiamento climatico come emergenza sanitaria globale e mettere la salute al centro di ogni scelta, dai tagli alle emissioni ai finanziamenti, da concedere a fondo perduto e non come prestiti. “Non mancano le prove, manca la volontà politica di agire”, avverte Helen Clark, presidente del board del Lancet Countdown. Gli strumenti per frenare la crisi ci sono. Ad Antalya si vedrà chi deciderà di usarli.

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