29 Giugno 2026
/ 29.06.2026

A Ceccano il primo impianto europeo per recuperare le terre rare

Nel Frusinate sorgerà uno stabilimento in grado di estrarre elementi preziosi dagli scarti elettronici. Un passo che riduce la dipendenza dalla Cina e trasforma i rifiuti in materia prima strategica

Dentro il vecchio hard disk che giace in un cassetto, o nel motore di un’auto elettrica a fine vita, si nascondono metalli rarissimi e preziosi. Sono le terre rare, e senza di loro non esisterebbero smartphone, turbine eoliche, veicoli elettrici né gran parte dell’elettronica moderna. Eppure, fino a oggi, queste sostanze vengono in gran parte buttate via insieme agli apparecchi dismessi, perdendo per sempre materiali che costa moltissimo estrarre dalla terra.

Ora l’Italia si candida a cambiare questa logica. Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha dato il via libera a Life Inspiree, il primo impianto europeo dedicato al recupero delle terre rare dai rifiuti elettronici. Sorgerà a Ceccano, in provincia di Frosinone, e sarà gestito dall’azienda Itelyum insieme a un gruppo di partner italiani ed europei.

Diciassette elementi che tengono in piedi l’economia globale

Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici – tra cui neodimio, disprosio, praseodimio e terbio – che la nomenclatura scientifica ha battezzato con un nome un po’ ingannatore. Non sono particolarmente rare in natura: si trovano in quantità ragionevoli nella crosta terrestre. Il problema è che appaiono molto diluite nelle rocce, il che rende la loro estrazione costosa, energivora e spesso impattante per l’ambiente.

Oggi Pechino controlla una quota dominante della produzione globale di questi materiali. L’Europa ne importa la quasi totalità dall’esterno, e in larga misura dalla Cina, trovandosi in una posizione di dipendenza che si è rivelata sempre più rischiosa man mano che le tensioni geopolitiche sono cresciute.

Un impianto, cinque partner, un’idea semplice

Il progetto Inspiree parte da un ragionamento lineare: se le terre rare sono già state estratte e incorporate nei prodotti che usiamo ogni giorno, perché non recuperarle quando quegli oggetti diventano rifiuti? I magneti ad alte prestazioni contenuti negli hard disk e nei motori elettrici rappresentano un serbatoio di questi metalli già lavorati e concentrati. Basta saperli smontare e trattare nel modo giusto.

Il processo si articola in due fasi principali. La prima è lo smantellamento: i vecchi apparecchi vengono aperti e i magneti vengono estratti. Questa parte del lavoro è affidata a Glob Eco, uno dei partner del progetto. La seconda fase è chimica: i magneti vengono trattati per separare le terre rare dagli altri materiali e trasformarle in ossidi o sali che l’industria può acquistare e riutilizzare. L’impianto di Ceccano potrà trattare fino a 2.000 tonnellate di magneti all’anno.

Al coordinamento c’è Itelyum. A garantire la raccolta dei rifiuti elettronici in ingresso pensa Erion, il consorzio italiano che gestisce il ritiro degli apparecchi dismessi dai cittadini. L’Università dell’Aquila segue la parte tecnica e monitora l’impatto ambientale e sociale del progetto. EIT RawMaterials, un’organizzazione europea che riunisce università, centri di ricerca e industrie del settore, si occuperà di diffondere i risultati e collegare il progetto a una rete più ampia. La base di partenza è l’esperienza già maturata con un impianto pilota di dimensioni più contenute, chiamato New-RE, che ha già testato le tecnologie in questione.

Un tassello in un mosaico più grande

Inspiree rientra in una lista di 47 progetti strategici selezionati dalla Commissione europea nell’ambito del regolamento sulle materie prime critiche approvato nel 2024. L’obiettivo di quel regolamento è chiaro: entro il 2030, almeno il 25% del fabbisogno annuale di queste materie dovrà essere coperto dal riciclo interno all’Unione. Fra i 47 progetti, quattro sono italiani e tutti e quattro riguardano il recupero delle terre rare.

Nel 2023 in Svezia è stato scoperto il più grande giacimento di terre rare mai trovato in Europa, una riserva che potrebbe alleggerire la dipendenza dal mercato cinese. Ma anche un giacimento di quella portata non basta da solo a rendere l’Europa autosufficiente. Serve anche imparare a recuperare i metalli già in circolazione, chiudendo i cicli invece di aprirne di nuovi.

CONDIVIDI

Continua a leggere