Negli ultimi anni, la transizione energetica è stata raccontata come una corsa ai gigawatt installati. Più pannelli solari, più turbine eoliche, più impianti idroelettrici, geotermici o a biomassa. Una narrazione quantitativa che ha avuto un ruolo decisivo: tra il 2010 e il 2025 il costo del fotovoltaico è crollato dell’85%, l’eolico ha dimezzato i prezzi e, per la prima volta nella storia, nel 2025 le rinnovabili hanno superato il carbone diventando la prima fonte globale di elettricità. Oggi, però, la transizione energetica sta entrando in un territorio nuovo, dove la domanda centrale non è più “quanta energia pulita produciamo?”, ma “come la usiamo, quando la usiamo, quanto riusciamo a valorizzarla?“. È un cambio di paradigma profondo e radicale, che segna il passaggio da una transizione quantitativa a una transizione qualitativa e sistemica, in cui la gestione dell’energia diventa più importante della sua produzione.
Il paradosso dell’abbondanza
In Europa, nelle ore centrali delle giornate più soleggiate, la produzione fotovoltaica supera sempre più spesso la domanda o la capacità della rete di trasportarla. È il fenomeno dell’over generation: energia pulita disponibile, ma non utilizzabile. Secondo Bloomberg, nel 2026, l’Europa rischia di sprecare 40 TWh di energia rinnovabile, l’equivalente dei consumi annuali della Greater London. L’eccesso di offerta genera anche un effetto collaterale: i prezzi negativi. In Germania e Francia, durante la primavera 2026, l’elettricità è arrivata a toccare –500 €/MWh nelle ore di massimo irraggiamento. Le ore con prezzi negativi sono più che raddoppiate in cinque anni, passando da circa 200 nel 2020 a oltre 500 nel 2025. In Francia, nell’aprile 2026 e nonostante il nucleare, il 45% della produzione solare è avvenuto durante ore a prezzo negativo; in Germania gli episodi di prezzi negativi superiori a sei ore consecutive sono quadruplicati in un anno. È il cosiddetto effetto della “cannibalizzazione fotovoltaica“: più pannelli producono contemporaneamente, più il valore dell’energia crolla. Questo paradosso, tuttavia, non è un fallimento delle rinnovabili. È il segnale che il sistema elettrico europeo sta cambiando pelle e che le infrastrutture, le regole e i mercati non sono ancora allineati alla nuova realtà.
Reti progettate per il Novecento: il vero collo di bottiglia
Il problema, perciò, non è il “troppo sole”, ma che le reti europee sono state progettate per un mondo che non esiste più: un mondo fatto di grandi centrali programmabili, flussi unidirezionali, domanda relativamente stabile e produzione concentrata in pochi punti. Oggi la produzione è distribuita, intermittente, digitale. E la rete non è pronta. In Italia, ad esempio, ci sono 12 miliardi di euro di impianti rinnovabili già approvati che non possono essere allacciati alla rete. Le reti locali sono sature, le cabine secondarie obsolete, le procedure lente. Nel frattempo, la produzione cresce a ritmi impressionanti: ad aprile 2026, il fotovoltaico italiano ha superato i 5 miliardi di kWh, con un aumento del 23,7% rispetto all’anno precedente, spinto da oltre 2.100 MW di nuova potenza installata nei primi mesi dell’anno. Eppure, mentre la produzione rinnovabile accelera, la rete non riesce a seguirla: la produzione nazionale netta è scesa e le importazioni sono aumentate del 32,4%. È un paradosso evidente: produciamo più energia pulita, ma ne utilizziamo meno. Questo accade perché la rete non è in grado di assorbire e distribuire l’energia quando viene prodotta. Senza un potenziamento massiccio delle infrastrutture, ogni nuovo megawatt rischia di trasformarsi in congestione.
La flessibilità come nuova architettura del sistema
La transizione energetica non è più una sfida di espansione della capacità, ma di gestione della variabilità. La parola chiave è flessibilità: la capacità del sistema di adattarsi in tempo reale alla produzione rinnovabile. Flessibilità significa spostare consumi nelle ore di surplus, modulare carichi industriali, integrare veicoli elettrici e pompe di calore, attivare risorse distribuite, far dialogare domanda e offerta in tempo reale. L’unico vero segnale positivo arriva dall’industria. L’indice IMCEI di Terna mostra che le imprese energivore hanno aumentato i consumi dell’8,8% e nelle giornate festive con alta produzione rinnovabile hanno incrementato la domanda di oltre il 60%, contribuendo a stabilizzare la rete. È la prova che, quando la flessibilità è incentivata, funziona. Oggi, però, la flessibilità non è ancora remunerata in modo sistemico. E senza un prezzo, il sistema non si muove.
Gli accumuli: trasformare l’energia da istantanea a programmabile
Gli accumuli, pertanto, sono la componente più immediata della flessibilità. Batterie, pompaggio idroelettrico, sistemi ibridi e idrogeno verde permettono di assorbire i picchi e restituire energia quando serve, riducendo la volatilità. In Italia sono già presenti oltre 930.000 sistemi di storage, per una capacità complessiva di 19.015 MWh e una potenza di 7.840 MW. Il nuovo meccanismo MACSE porterà 10 GWh di batterie entro il 2027, mentre la capacità di storage europea potrebbe quadruplicare entro il 2030. Gli accumuli non sono più un accessorio: sono infrastruttura di sistema, indispensabile per trasformare la produzione rinnovabile da istantanea a programmabile.
Dall’over generation alla competitività industriale
L’over generation non è soltanto un problema tecnico: è una risorsa economica ancora inespressa. Se nelle ore centrali della giornata l’energia rinnovabile diventa abbondante, e a costo marginale prossimo allo zero, allora la vera sfida è costruire un sistema industriale capace di utilizzarla. Non si tratta più di “gestire un eccesso”, ma di trasformare quell’eccesso in un vantaggio competitivo. L’energia a basso costo può alimentare elettrolizzatori per la produzione di idrogeno verde, riducendo drasticamente i costi di un vettore energetico che sarà centrale per la decarbonizzazione dei settori hard-to-abate. Può sostenere la crescita dei data center, infrastrutture digitali strategiche e sempre più energivore. Può rendere più conveniente l’elettrificazione dei processi industriali, favorendo la rilocalizzazione di attività produttive che negli ultimi anni si sono spostate verso Paesi con energia più economica. Lo stesso vale per il settore residenziale (di cui l’autore scrive nel nuovo Vademecum Energetico Condominiale Ndr), dove pompe di calore e sistemi di climatizzazione possono essere attivati nei momenti di maggiore disponibilità rinnovabile, riducendo i costi per le famiglie e alleggerendo la rete nelle ore di picco. In questo scenario, l’over generation non è più un limite, ma un fattore di attrazione industriale. Le regioni che sapranno integrare produzione rinnovabile, accumuli, domanda flessibile e nuovi usi energetici diventeranno poli competitivi in grado di attirare investimenti, innovazione e occupazione qualificata.
La governance istituzionale: il tassello che rende possibile tutto il resto
Nessuna delle soluzioni tecniche oggi disponibili può funzionare senza una governance istituzionale all’altezza della complessità del sistema. La transizione energetica non è un processo spontaneo: è un processo governato, che richiede coordinamento, regole chiare, responsabilità definite e strumenti di pianificazione integrata. La nuova disciplina europea, con il Market Design e la Direttiva sul mercato interno dell’energia, va esattamente in questa direzione. Per la prima volta, l’Europa riconosce che la gestione dell’energia non può essere separata dalla gestione del territorio, dell’industria e delle reti. La riforma introduce obblighi di trasparenza sulle code di connessione, incentivi alla digitalizzazione delle reti, mercati locali della flessibilità, criteri di priorità per i progetti che generano benefici collettivi e un rafforzamento del ruolo dei DSO, chiamati a diventare attori attivi della transizione e non semplici gestori di infrastrutture. La governance deve anche garantire che la flessibilità sia remunerata in modo adeguato. Senza un mercato che riconosca il valore dello spostamento dei consumi, della modulazione industriale, dell’accumulo e della partecipazione delle comunità energetiche, la domanda resterà rigida e il sistema continuerà a subire i picchi invece di valorizzarli.
Conclusione: governare l’abbondanza per costruire un nuovo modello energetico
In conclusione, l’over generation non è un problema da evitare, ma un’opportunità da governare. Per cogliere questa opportunità servono reti più forti e digitali, accumuli diffusi, domanda flessibile, nuovi usi industriali, comunità energetiche attive e una governance capace di coordinare energia, industria e territorio. È un cambiamento che richiede investimenti, ma soprattutto una visione politica chiara: passare da un sistema che subisce i picchi a un sistema che li anticipa, li assorbe e li valorizza. Il futuro dell’energia non dipenderà solo da quanti gigawatt installeremo, ma da quanto sapremo trasformare l’energia pulita in valore economico, sicurezza energetica e competitività industriale.
