Mancano quattro anni al 2030 e la natura è indietro su quasi tutto. Non lo dicono solo gli ambientalisti: lo hanno messo nero su bianco i governi, che alla COP17 di Yerevan hanno approvato il primo bilancio dell’accordo di Kunming-Montréal. Dei 23 obiettivi fissati nel 2022, ben 22 risultano in ritardo. La Conferenza Onu sulla biodiversità si è chiusa sabato in Armenia con quasi 50 decisioni approvate e una consapevolezza condivisa: così non basta.
Il caso più evidente è il traguardo simbolo, il “30×30”: proteggere il 30% delle terre e dei mari entro la fine del decennio. Sulla terraferma le aree tutelate restano sotto il 20%. Meno della metà dei target nazionali è in linea con la tabella di marcia, e i vuoti più grandi riguardano gli ecosistemi marini, costieri e d’acqua dolce. La risposta della conferenza si chiama “Percorso di Yerevan”: strategie nazionali più ambiziose, monitoraggio rafforzato, trasferimento di tecnologie verso i Paesi che ne hanno bisogno.
Il conto
Il problema è chi paga. L’accordo prevede di mobilitare 200 miliardi di dollari l’anno da tutte le fonti e di trasferirne 30 dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo entro il 2030. A Yerevan sono stati annunciati impegni per circa 1,8 miliardi, mezzo miliardo dei quali dai Paesi Bassi per le foreste tropicali, mentre al fondo multilaterale che aiuta il Sud globale ad attuare l’accordo sono arrivati appena 60 milioni. Il Fondo di Cali, che dovrebbe raccogliere un miliardo l’anno dalle imprese che sfruttano i dati genetici di piante e animali, ha incassato poco più di 10 mila dollari dalla sua nascita.
Sulla lista dei donatori, ferma al 2006, l’Unione europea ha chiesto alle grandi economie emergenti, Cina in testa, di farsi avanti. Il risultato è una porta socchiusa: chi vuole può aggiungersi, su base volontaria.
C’è poi il denaro che va nella direzione opposta. L’accordo del 2022 impegna a ridurre di almeno 500 miliardi l’anno gli incentivi dannosi per la natura, dai combustibili fossili all’agricoltura intensiva. Il testo finale chiede di accelerare, ma nel rispetto delle “circostanze nazionali”, una formula che lascia ampi margini. La presidenza armena ha lanciato un gruppo di Paesi decisi a fare da apripista e, per la prima volta, ha messo allo stesso tavolo ministri dell’Ambiente e delle Finanze.
Diritti e scienza
Tra i passi avanti c’è un percorso condiviso per rafforzare l’approccio basato sui diritti umani e il ruolo dei popoli indigeni, custodi di gran parte della biodiversità del pianeta. Lanciata anche una dichiarazione per coordinare meglio le tre convenzioni nate al vertice di Rio del 1992, su clima, biodiversità e desertificazione. Sul fronte opposto pesano le tensioni sulle basi scientifiche: diverse delegazioni hanno accusato alcuni Paesi di voler annacquare le evidenze che orientano le politiche per la natura.
Le reazioni restano tiepide. La ministra francese della Transizione ecologica, Monique Barbut, parla di occasioni mancate; il Wwf apprezza il segnale ma avverte che senza risorse aggiuntive gli obiettivi resteranno sulla carta. La prossima verifica sarà a Quito, in Ecuador, nel 2028. A quel punto mancheranno due anni alla scadenza.
