10 Giugno 2026
/ 9.06.2026

Dalla California un no ai data center

Per la prima volta negli Stati Uniti una città ha vietato per referendum la costruzione di data center. Dietro la decisione c’è una lunga storia di preoccupazioni ambientali e un rapporto dell’Onu che mette in cifre l’impatto ecologico della corsa all'IA

Monterey Park è una piccola città della San Gabriel Valley, nell’area metropolitana di Los Angeles: 60 mila abitanti e una forte presenza di residenti di origine asiatica. Il 3 giugno 2026, i suoi elettori, con l’86% dei voti favorevoli, hanno vietato in modo permanente la costruzione di qualsiasi data center entro i confini comunali. Non una moratoria temporanea: una legge popolare che può essere revocata soltanto attraverso un nuovo referendum.

Non era mai successo prima negli Stati Uniti. Altre città avevano adottato blocchi provvisori o restrizioni urbanistiche, ma nessuna era arrivata a un divieto definitivo approvato direttamente dai cittadini.

Tutto è iniziato con un progetto della società di investimenti HMC StratCap, che voleva demolire un edificio per uffici in Saturn Street e costruire al suo posto un data center di quasi 23 mila metri quadrati. La notizia aveva scatenato una mobilitazione rapida e trasversale. Ad aprile, il consiglio comunale aveva già approvato una moratoria; con il referendum, i cittadini hanno scelto di rendere il divieto strutturale.

Non solo Monterey Park: la protesta si allarga

Il voto ha avuto una risonanza immediata nei Comuni vicini. Nelle città della San Gabriel Valley, dove sono in corso o in discussione diversi progetti di infrastrutture digitali, i comitati locali hanno iniziato a organizzarsi prendendo a modello l’esperienza di Monterey Park.

Il malcontento non è circoscritto alla California. Secondo un sondaggio Gallup del marzo 2026, sette americani su dieci si dichiarano contrari alla costruzione di data center dedicati all’intelligenza artificiale nelle proprie comunità. Le ragioni citate sono il consumo di acqua, i possibili aumenti delle bollette elettriche e un più generale senso di estraneità rispetto a strutture che portano pochi posti di lavoro locali e molti impatti ambientali.

L’industria non sta a guardare. Le grandi aziende del settore sostengono di stare investendo in sistemi di raffreddamento che usano acque reflue riciclate, e di volersi impegnare nella costruzione di nuove infrastrutture elettriche. Ma per molte comunità le rassicurazioni non bastano, specie in assenza di controlli indipendenti e obblighi di trasparenza.

Il conto che nessuno presentava

Il voto di Monterey Park arriva in un momento in cui la questione ambientale legata ai data center ha smesso di essere appannaggio degli addetti ai lavori. Il 3 giugno 2026, l’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite (UNU-INWEH) ha pubblicato un rapporto che per la prima volta quantifica in modo sistematico il costo ecologico dell’intelligenza artificiale: non solo le emissioni di CO₂, ma anche il consumo di acqua e di suolo.

Entro il 2030, i data center a supporto dell’IA consumeranno 945 terawattora di elettricità all’anno: quasi tre volte il fabbisogno combinato di Pakistan, Bangladesh e Nigeria. Nello stesso periodo, il loro consumo idrico raggiungerà circa 9.300 miliardi di litri, una quantità paragonabile alle necessità idriche elementari dell’intera popolazione dell’Africa subsahariana, oltre 1,3 miliardi di persone. Se i data center fossero una nazione, nel 2030 si classificherebbero al sesto posto mondiale per consumo di elettricità.

Il caso californiano pone dunque un tema che va ben oltre la San Gabriel Valley. La rivoluzione digitale e quella dell’intelligenza artificiale hanno un costo fisico, reale, che ricade su territori e comunità precise. Finora questo costo è stato in larga parte invisibile, nascosto dietro l’immagine “immateriale” del cloud e dei dati. Il rapporto ONU, insieme al voto di Monterey Park, contribuisce a renderlo visibile.

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