14 Luglio 2026
/ 13.07.2026

Il clima presenta il conto, l’Italia risponde tagliando i parchi

E se nell’interminabile campagna elettorale che sta partendo parlassimo di questo?I morti da caldo estremo che in Europa si contano a decine di migliaia l’anno. I posti di lavoro che si perdono per le fake news anti green. Le imprese e le famiglie strangolate da bollette energetiche che s’impennano perché le rinnovabili vengono frenate

Ci dovrebbe essere un limite a tutto. Anche al far finta di non capire cosa produce i problemi e cosa li può risolvere. La crisi climatica presenta il conto, parecchi punti di Pil che se ne vanno. E l’Italia che fa? Taglia i fondi ai parchi per regalarli all’economia fossile che crea il problema. Il governo Meloni in Europa lavora per frenare la transizione ecologica, con il risultato sotto gli occhi di tutti: ci stiamo giocando il settore automotive regalandolo a Pechino. E in Italia riduce i bilanci delle amministrazioni che hanno come obiettivo il contrasto alla crisi climatica.

I numeri arrivano da una fonte autorevole: il CMCC, il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, che con Deloitte e lo European University Institute ha quantificato per la prima volta il legame tra rischio climatico e finanze pubbliche italiane. Senza politiche adeguate di mitigazione e adattamento, entro il 2050 il Pil italiano potrebbe risultare inferiore fino al 6% rispetto a uno scenario senza danni climatici.

Lo spread climatico

Lo studio del CMCC introduce un concetto destinato a entrare nel dibattito: lo “spread climatico“. Il meccanismo è noto a chiunque abbia seguito le crisi del debito. Una crescita più debole riduce la base imponibile e gonfia il rapporto debito/Pil. Un debito percepito come più rischioso costringe lo Stato a pagare tassi più alti. Tassi più alti sottraggono risorse e si scaricano sul costo dei finanziamenti a famiglie e imprese. Il cambiamento climatico, spiegano i ricercatori, si inserisce in questo circolo vizioso come amplificatore di una fragilità che l’Italia già conosce, fino a raddoppiare i rischi di rifinanziamento del debito.

E i costi di cui si parla non sono una proiezione lontana. Tra il 1980 e il 2024 gli eventi estremi hanno causato nell’Unione europea perdite per 822 miliardi di euro, di cui oltre 208 miliardi concentrati nel solo quadriennio 2021-2024. Le ondate di calore già oggi bruciano tra lo 0,3% e lo 0,5% del Pil europeo per la perdita di produttività del lavoro, e i danni da siccità potrebbero passare da 9 a oltre 65 miliardi l’anno in un’Europa a più 4 gradi. Il Sud del continente, Italia in testa, è tra le aree più esposte.

Fa caldo? Tagliamo i fondi ai parchi

È in questo quadro che va letta la seconda notizia. Il ministero dell’Ambiente sta comunicando a parchi nazionali, riserve statali e aree marine protette una riduzione dei fondi di circa il 23% rispetto all’anno scorso. Mentre la scienza misura il costo dell’inazione, il governoindebolisce i presìdi che possono contenere quel costo.

I tagli alle aree protette – variabili da ente a ente, con punte oltre 700 mila euro per alcuni parchi nazionali – discendono dalla legge di Bilancio 2026 e, secondo Federparchi, servono anche a coprire il taglio delle accise sui carburanti, come ha ricostruito il quotidiano Domani. Nove organizzazioni, dal Wwf a Greenpeace, denunciano “un altro duro colpo alla natura italiana”: il salasso subito da monitoraggio, conservazione, educazione ambientale e prevenzione antincendio. Con l’aggravante del metodo: le comunicazioni sono arrivate a esercizio in corso, quando gli enti avevano già impegnato le somme.

Sarebbe ora di smettere di pensare a questi tagli come tagli che colpiscono solo l’ambiente. Mirano all’ambiente, ma il colpo si riflette sull’intero organismo della nostra società. Non perdiamo solo qualità ambientale: perdiamo salute, reddito, coesione sociale, tranquillità nelle case. Stiamo sotto l’attacco della crisi climatica innescata bruciando combustibili fossili e foreste e l’Italia risponde accelerando il processo che ha causato il disastro.

Siamo ancora in tempo

Le aree protette sono, alla lettera, infrastrutture di adattamento: assorbono acqua e carbonio, frenano il dissesto, prevengono gli incendi che ogni estate presentano fatture milionarie. Lo studio del CMCC dice che mitigazione e adattamento non sono spese ambientali ma leve di stabilità macroeconomica e finanziaria. Le aree protette rappresentano uno degli strumenti principali della nostra tutela fisica e psicologica. Indebolirle vuol dire restare indifesi.

E se nell’interminabile campagna elettorale che sta partendo parlassimo di questo? Perché questo articolo dà conto di due numeri (il taglio del Pil e il taglio dei fondi ai parchi), ma molti altri se ne potrebbero aggiungere. I morti da caldo estremo che in Europa si contano a decine di migliaia l’anno. I posti di lavoro che si perdono quando i governi frenano sull’innovazione per far cassa elettorale sulle fake news anti green. Le imprese e le famiglie strangolate da bollette energetiche che s’impennano perché le rinnovabili vengono frenate. Sono temi che si intrecciano e che hanno una loro complessità, eppure possono essere spiegati in modo semplice e rappresentare gli interessi materiali che stanno a cuore alla larga maggioranza degli italiani. Si poteva cominciare a parlarne prima. Ma siamo ancora in tempo.

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