Lo spazio antistante il museo di via Guido Reni, nel quartiere Flaminio, ha cambiato faccia in quattro mesi. Il risultato è piazza Alighiero Boetti ripensata da cima a fondo: più verde, più fresca, più vivibile. L’operazione è parte di un disegno più ampio: il masterplan “Grande Maxxi“, che punta all’ampliamento e al rinnovamento complessivo del museo entro il 2027. La piazza è il primo capitolo visibile di questa trasformazione.
L’idea è stata affidata all’architetto paesaggista Bas Smets, che ha lavorato seguendo i principi del progetto originale di Zaha Hadid. Ma la celebre architetta aveva immaginato una piazza precisa e geometrica, priva di vegetazione. Il risultato, soprattutto d’estate, era quello di un’isola di calore: asfalto e cemento che accumulano calore e lo restituiscono ai passanti.
Smets ha cambiato la rotta ambientale: “Abbiamo tagliato sezioni di cemento per rivelare il suolo sottostante”, spiega il paesaggista. “Abbiamo portato substrato fertile, alberi, arbusti, piante tappezzanti. Insieme abbassano la temperatura percepita grazie all’ombra e all’evapotraspirazione”. Non solo estetica, dunque: una scelta climatica precisa, che risponde alle esigenze di una città sempre più calda.
Aceri, corbezzoli e l’albero della nebbia
L’inventario botanico della nuova piazza è lungo e variegato. Sul lato di via Guido Reni – quello che segue il prospetto del museo – si concentra la maggior parte delle nuove alberature: aceri mediterranei, lecci, alberi di Giuda, miri, corbezzoli. E poi lo scotano, detto anche “albero della nebbia” per la sua caratteristica fioritura rosata, e l’orniello.
Salvato il grande tiglio che esisteva già prima della nascita del Maxxi, così come il pino d’Aleppo. Verso il centro della piazza gli alberi si diradano per lasciare spazio a un’agorà aperta: un luogo pensato per eventi, installazioni, performance, ma anche per la sosta quotidiana, il gioco, l’incontro. Una piazza nel senso più classico del termine: non una scenografia, ma uno spazio vissuto.
Il ritorno dei pioppi di Zaha Hadid
Sul lato di via Masaccio, il progetto compie un gesto quasi filologico: viene ricreato il filare di pioppi che Zaha Hadid aveva immaginato per il museo. Un omaggio all’architetta scomparsa nel 2016, ma anche una scelta funzionale: il filare fa da schermo naturale alla cavea sottostante, un anfiteatro “green” dove sono previsti cinque grandi alberi dalle chiome ombrose, che in autunno coloreranno lo spazio con il foliage.
A completare il quadro, un tappeto di fiori d’acanto che incornicia i pioppi. Il risultato è un giardino che non rinnega l’architettura, ma la ammorbidisce – dialogo tra la geometria di Hadid e la natura curata da Smets.
La presidente: “Il Museo risponde alle sfide contemporanee”
“Il Maxxi si trasforma, si rinnova, diventa sempre più accessibile, sostenibile e partecipato”: così Maria Emanuela Bruni, presidente della Fondazione Maxxi, commenta l’intervento. Il museo ha scelto di investire sullo spazio esterno come parte integrante dell’esperienza culturale, non come semplice contorno.
L’agronomo Pierfrancesco Malandrino ha curato la consulenza botanica, Ales SpA ha sostenuto i lavori. Il cantiere ha coinvolto competenze diverse – paesaggio, agronomia, gestione del patrimonio – per un risultato che già si vede, ma che si svilupperà nei prossimi anni, quando gli alberi cresceranno e la piazza acquisterà la sua forma definitiva.
