23 Aprile 2026
/ 23.04.2026

La città più grande del mondo sta sprofondando

Giacarta ha appena superato Tokyo come megalopoli più popolosa del pianeta: 42 milioni di abitanti. Ma la città affonda anche a causa della crisi climatica: scende di qualche centimetro ogni anno. Il governo indonesiano ha già scelto la nuova capitale. Ma i più poveri non se la possono permettere

Per decenni la risposta alla domanda “qual è la città più grande del mondo?” era scontata: Tokyo. La capitale giapponese dominava le classifiche con una conurbazione che sfiorava i 37 milioni di abitanti, un primato che sembrava destinato a durare. Poi le Nazioni Unite hanno pubblicato il rapporto World Urbanization Prospects 2025, e la risposta è cambiata.

La città più grande del mondo è ora Giacarta. La capitale dell’Indonesia conta quasi 42 milioni di abitanti nell’area urbana, secondo le stime del Dipartimento ONU per gli Affari Economici e Sociali. Tokyo scivola al terzo posto con 33,4 milioni, superata anche da Dacca, la capitale del Bangladesh, che si piazza seconda con 36,6 milioni.

A spiegare questo salto concorrono due fattori. Il primo è la crescita reale: l’Indonesia, quarto Paese più popoloso del mondo, ha vissuto negli ultimi decenni un massiccio esodo dalle campagne verso i centri urbani, e Giacarta ha attirato la quota maggiore di questi flussi migratori interni. Il secondo fattore è metodologico: le Nazioni Unite hanno adottato una nuova definizione di città, basata su agglomerati urbani contigui con almeno 1.500 abitanti per chilometro quadrato, il che ha permesso confronti più omogenei tra megalopoli che in passato venivano misurate con criteri difformi.

Il primato di Giacarta è però destinato a durare poco stando alle proiezioni. Entro il 2050 sarà Dacca a guidare la classifica, con una stima di 52 milioni di residenti, mentre Giacarta continuerà a crescere e potrebbe avvicinarsi ai 52 milioni. Tokyo, alle prese con una crisi demografica profonda e un tasso di natalità tra i più bassi al mondo, scenderà ulteriormente.

La città che affonda

Oggi comunque la città più popolosa del mondo è Giacarta. E sta sprofondando. Non è una metafora: il terreno cede per vari motivi. Il più antico è la subsidenza, e a Giacarta si manifesta con un’intensità che non ha eguali tra le grandi metropoli del Pianeta. In alcuni quartieri settentrionali il suolo scende fino a picchi di 25 centimetri all’anno. Dal 1970 la città si è abbassata di oltre quattro metri. Già oggi il 40% del suo territorio si trova sotto il livello del mare.

Le cause si alimentano a vicenda in un circolo vizioso difficile da spezzare. Giacarta sorge su un terreno paludoso attraversato da tredici fiumi che sfociano nel mare di Giava. La rete idrica pubblica – eredità dell’epoca coloniale olandese, mai adeguatamente aggiornata – raggiunge appena il 40% della popolazione. Gli altri venti milioni di persone che ogni giorno abitano e attraversano la città si arrangiano: pozzi privati, trivellazioni spesso illegali, prelievi incontrollati dalle falde sotterranee. Il risultato è che le falde si abbassano e il terreno, privato del supporto idrico, cede. Anche perché è sovrastato da una massa di cemento, grattacieli, strade sopraelevate e traffico cronico che trasforma i semplici spostamenti urbani in imprese logistiche: i funzionari governativi devono essere scortati da colonne di auto per arrivare in orario alle riunioni, con un costo stimato di 6,5 miliardi di dollari l’anno per l’economia cittadina.

A questo si aggiunge un elemento determinante: la crisi climatica che aggrava la situazione. L’innalzamento del livello del mare di Giava sta riducendo ulteriormente il margine di sicurezza di una città già esposta. Le alluvioni, un tempo eventi eccezionali, sono diventate ricorrenze stagionali. Le proiezioni più attendibili indicano che senza interventi straordinari, entro il 2050 un quarto di Giacarta sarà stabilmente sommerso.

La risposta del governo: costruire altrove

Di fronte a questo scenario, il governo indonesiano ha scelto una soluzione radicale: abbandonare la capitale e costruirne una nuova da zero. Nel 2019 il presidente Joko Widodo ha annunciato il progetto Nusantara –“arcipelago” in giavanese – una città che sorgerà nella giungla del Borneo, nella provincia del Kalimantan orientale, a circa duemila chilometri da Giacarta. Il costo iniziale stimato era di 33 miliardi di dollari, poi lievitato. Il cantiere è aperto. Il palazzo presidenziale, sormontato da ali d’aquila ispirate al Garuda, l’uccello mitologico simbolo dell’Indonesia, già completato.

Il 17 agosto 2024, anniversario dell’indipendenza indonesiana, Widodo ha inaugurato la nuova capitale con una cerimonia ridimensionata: 1.300 ospiti al posto degli 8.000 previsti, cantieri aperti ovunque, solo 12 delle 47 torri residenziali per i dipendenti pubblici finite. La città era pronta solo al 15%. Il nuovo presidente Prabowo Subianto, insediatosi nell’ottobre 2024, ha ridotto i fondi statali da 2 miliardi di sterline nel 2024 a 700 milioni nel 2025, con 300 milioni previsti per il 2026. A maggio ha declassato ufficialmente Nusantara da capitale nazionale a semplice capitale politica, fissando al 2028 la data in cui dovrebbe ospitare gli edifici legislativi e giudiziari. Intanto l’ONU stima che altri 10 milioni di persone si aggiungeranno a Giacarta entro il 2050, capitale o no.

Le ingiustizie del trasloco

Nusantara è stata presentata come una smart forest city: il 70% del territorio sarà destinato a verde e foreste, la mobilità sarà elettrica, l’energia rinnovabile al cento per cento entro il 2045. Un manifesto di sostenibilità. Il problema è che per costruire questa città ecologica si sta abbattendo la foresta pluviale del Borneo, uno degli ecosistemi più preziosi e minacciati del pianeta, habitat degli orangutan – già decimati dalla coltivazione delle palme da olio – dell’orso malese e di centinaia di specie endemiche. Le tribù indigene del Kalimantan orientale, che abitavano quei territori senza urbanizzarli, hanno protestato contro l’esproprio delle loro terre. Gli ambientalisti denunciano il “disastro ecologico”.

C’è poi la questione sociale, forse la più bruciante. Nusantara è descritta come “una città per tutti”, ma nella pratica sarà accessibile solo a chi ha risorse sufficienti per acquistare un appartamento in una città nuova di zecca, tecnologica e lontana. Il 10% della popolazione indonesiana vive sotto la soglia di povertà: per loro il trasferimento non è un’opzione. Il rischio concreto, già denunciato da più osservatori, è che Giacarta continui ad essere abitata dai più vulnerabili – in un ambiente urbano che degrada, sempre più esposto alle alluvioni, sempre meno servito – mentre i funzionari e le classi agiate si spostano nella capitale nuova. Una versione urbana dell’apartheid climatico, dove le conseguenze della crisi ricadono, come sempre, su chi meno può difendersi.

Un precedente che pesa

Giacarta è il primo caso nella storia moderna in cui un Paese decide di ridislocare la propria capitale non per una guerra, non per ragioni politiche contingenti, ma perché il terreno non regge più. Anche a causa della crisi climatica. È un precedente che preoccupa. Molte città costiere del mondo – da Miami a Bangkok, da Ho Chi Minh City ad Alessandria d’Egitto, fino a Venezia – si trovano di fronte allo stesso problema: suoli cedevoli, mari che salgono, eventi meteorologici sempre più estremi.

Quello che rende la storia di Giacarta particolarmente allarmante è che non è una catastrofe improvvisa: è l’esito prevedibile di decenni di scelte sbagliate. Una città costruita su paludi senza rispettare la fragilità del territorio, gonfiata senza pianificazione, privata delle sue falde acquifere per sopperire a una rete idrica mai adeguata. Ora che il problema è diventato impossibile da ignorare, la risposta è costruire altrove. L’usa e getta dei luoghi.

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