25 Aprile 2026
/ 24.04.2026

Lupi avvelenati, il bilancio raddoppia e sale a 18

Dai lupi alle volpi, il veleno travolge la biodiversità abruzzese. Se la politica smette di difendere i predatori, il bracconaggio si sente legittimato a colpire nel mucchio, sdoganando l'illegalità come metodo di gestione

Il bilancio è diventato un’emorragia: diciotto lupi uccisi in una manciata di giorni. È un’offensiva in piena regola che sta colpendo il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. La dinamica è brutale ed efficace: esche intrise di pesticidi seminate tra i sentieri di Pescasseroli, Bisegna e Barrea. Il veleno però non si ferma ai lupi: volpi e rapaci cadono a catena, mentre l’ombra del disastro si allunga sull’orso marsicano, spettatore vulnerabile di questo banchetto di morte.

“Tana libera tutti

Dietro le carcasse c’è una responsabilità che va oltre il gesto criminale del singolo bracconiere. Quella che stiamo osservando è la diretta conseguenza di un cortocircuito politico. Come avevamo già sottolineato all’inizio di questa escalation, il recente declassamento dello status di protezione del lupo ha inviato ai territori un segnale distorto e micidiale.

È passata l’idea pericolosa di un “tana libera tutti”: la sensazione che, se la legge allenta la presa, allora il bracconaggio diventi una forma di gestione fai-da-te tollerata, se non addirittura silenziosamente auspicata. Quando le istituzioni iniziano a trattare una specie protetta come un “problema da contenere”, il passo dal dibattito parlamentare all’esca avvelenata nel bosco diventa tragicamente breve.

Non bastano i rilievi scientifici o le pattuglie antiveleno a spiegare questa mattanza. Qui il dato tecnico cede il passo a quello politico: l’uccisione del lupo è stata sdoganata nell’immaginario collettivo come un reato su cui si può, in fondo, chiudere un occhio. È questa percezione di impunità, alimentata da un clima di crescente ostilità verso la fauna selvatica, a dare coraggio a chi oggi semina morte nelle aree protette.

Le indagini della Procura di Sulmona faranno il loro corso, ma il danno culturale è già compiuto. Se il lupo smette di essere il simbolo di una biodiversità da difendere a ogni costo per diventare un bersaglio mobile della burocrazia, la protezione della natura in Italia rischia di retrocedere di decenni. Questa strage è un attacco al Parco e, allo stesso tempo, il sintomo di una politica che, abbassando la guardia, ha finito per armare chi non aspetta altro che cancellare la fauna selvatica dai nostri ecosistemi.

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