All’inizio del 2016 l’acquario nazionale della Nuova Zelanda, a Napier, trovò vuota la vasca del polpo Inky. Una scia d’acqua sul pavimento portava a un tubo di scarico lungo 50 metri, dritto nel Pacifico. Gli era bastato un coperchio lasciato socchiuso dopo le pulizie. Nessuno lo ha più rivisto. È una storia che dice molto di un animale che l’industria alimentare vorrebbe chiudere in vasca a migliaia: curioso, ingegnoso, insofferente alla prigionia.
Per evitare che accada anche in Italia, alla Camera è stata illustrata una proposta di legge che punta a vietare gli allevamenti intensivi di polpi e tonni rossi e a frenare l’espansione dell’acquacoltura di specie carnivore. L’hanno presentata il deputato di Avs Devis Dori e Compassion in World Farming (CIWF) Italia. Il deposito formale è atteso entro la fine di ottobre.
Un cervello sparso nei tentacoli
Il polpo ha circa 500 milioni di neuroni, quanto un cane, e due terzi si trovano nei tentacoli, capaci di esplorare e reagire in parte da soli. In laboratorio impara a svitare coperchi, a uscire dai labirinti, a distinguere un ricercatore dall’altro. In natura vive per lo più da solo, cerca tane e rifugi, cambia comportamento in base all’esperienza. Nel 2022 il Regno Unito ha riconosciuto i cefalopodi come esseri senzienti nella propria legge sul benessere animale.
Una vasca industriale è l’opposto di tutto questo. Ammassare centinaia di animali nati per vivere soli significa esporli a stress, scontri e perfino episodi in cui si divorano tra loro. E per la macellazione su larga scala non esiste ancora una tecnica riconosciuta che eviti il dolore. “Non dobbiamo allevarlo, dobbiamo proteggerlo”, sintetizza il biologo Andrea Spinelli.
Un milione di polpi l’anno
Del resto sono in tanti a muoversi in questa direzione: succede anche alle Canarie. Un milione di polpi l’anno, allevati in vasche nel porto di Las Palmas, a Gran Canaria. Era il progetto della spagnola Nueva Pescanova, destinato a diventare il primo grande allevamento commerciale di polpi al mondo. Per nutrirli, ha calcolato CIWF, sarebbero servite circa 28.000 tonnellate di pesce selvatico per ottenere 3.000 tonnellate di polpo nel primo anno: oltre nove chili di pesce per ogni chilo di prodotto.
Lo stesso squilibrio riguarda tutte le specie carnivore, compreso il tonno rosso, che nel Mediterraneo viene già ingrassato in gabbie marine. Sono predatori, e in cattività mangiano farine e oli ricavati da altro pesce. Più crescono gli allevamenti, più si svuotano i mari da cui quel pesce viene prelevato, spesso a scapito delle comunità costiere che ne vivono. A questo si aggiungono gli scarichi delle vasche, carichi di nutrienti e residui.
A luglio Nueva Pescanova ha rinunciato, dopo le proteste di scienziati e associazioni e la richiesta di nuovi studi ambientali. Negli Stati Uniti, Washington e California hanno già vietato questi allevamenti.
La via di Inky
Accanto alla legge, CIWF ha lanciato una petizione al Governo per chiedere lo stop agli allevamenti di polpi, in coerenza con l’impegno internazionale a fermare la perdita di biodiversità entro il 2030. Se la proposta passerà, l’Italia chiuderà la porta prima che qualcuno provi ad aprirla. E ai polpi del Mediterraneo non servirà cercare un tubo di scarico verso il mare.
