30 Marzo 2026
/ 30.03.2026

L’ornitorinco riscrive le regole della biologia

Un animale continua a incrinare certezze consolidate della biologia. L’ornitorinco, già noto per un mosaico di caratteristiche che sfida le classificazioni, aggiunge ora un elemento inatteso: un tipo di struttura cellulare finora ritenuto esclusivo degli uccelli. Una ricerca condotta dalla Ghent University e pubblicata su Biology Letters documenta per la prima volta nei mammiferi la presenza di melanosomi cavi e sferici nei peli dell’ornitorinco. Si tratta di minuscoli organelli che contengono melanina, il pigmento responsabile della colorazione di pelle, peli e piume.

L’ornitorinco è del resto uno dei casi più estremi di “anomalia biologica” tra i vertebrati. È un mammifero che depone uova, ma allo stesso tempo allatta i piccoli senza veri e propri capezzoli; possiede un muso che funziona come un sensore elettrico capace di individuare le prede sott’acqua, e nei maschi è presente anche un veleno attivo, rarità assoluta tra i mammiferi. A questo si aggiunge un genoma insolitamente “misto”, che conserva tracce evolutive condivise con rettili e uccelli, e un corpo perfettamente adattato alla vita semiacquatica.

Dentro il colore

Nei vertebrati, i melanosomi sono tutt’altro che dettagli marginali. La loro forma e organizzazione influenzano direttamente il colore visibile: nei mammiferi sono generalmente compatti, mentre negli uccelli possono essere anche cavi e organizzati in strutture capaci di produrre iridescenze.

Per oltre mezzo secolo, la comunità scientifica ha considerato la cavità dei melanosomi una prerogativa degli uccelli. L’ornitorinco rompe questa distinzione: le analisi al microscopio elettronico hanno evidenziato una combinazione unica — cavità interna e forma sferica — mai osservata prima in nessun vertebrato.

Il dato sorprende per un secondo motivo. Nonostante questa architettura sofisticata, il mantello dell’ornitorinco resta uniformemente marrone. Nei volatili, strutture analoghe amplificano riflessi e colori cangianti; qui, invece, non producono effetti visivi evidenti.

Un enigma evolutivo

Lo studio ha esaminato 126 specie di mammiferi senza trovare strutture simili. Nemmeno le echidne, parenti strette dell’ornitorinco, mostrano melanosomi cavi. Questo isolamento filogenetico suggerisce un percorso evolutivo peculiare. Una delle ipotesi riguarda l’adattamento all’ambiente acquatico. I melanosomi cavi potrebbero avere una funzione non ottica ma fisica, ad esempio contribuire all’isolamento termico. L’aria intrappolata all’interno delle cavità, analogamente a quanto accade in altri tessuti biologici, potrebbe ridurre la dispersione di calore.

L’idea è coerente con la storia evolutiva dei monotremi, i mammiferi più antichi: antenati probabilmente legati a ecosistemi acquatici, con successiva divergenza tra specie rimaste in acqua e altre adattatesi alla vita terrestre.

Più domande che risposte

Resta però un nodo centrale: perché questa soluzione biologica non si è diffusa in altri mammiferi acquatici? E perché una struttura così complessa non si traduce in un vantaggio visivo, come accade negli uccelli?

La risposta potrebbe essere nella funzione stessa dei melanosomi, che non si limita alla colorazione. La melanina interviene anche nella protezione dai raggi UV, nella resistenza meccanica dei tessuti e nella termoregolazione. In questo quadro, l’ornitorinco potrebbe rappresentare un caso limite utile a separare questi ruoli e comprenderne il peso relativo.

A oltre due secoli dalla sua descrizione, l’ornitorinco continua a funzionare come un laboratorio evolutivo vivente. La scoperta dei melanosomi cavi apre piste di ricerca sulla genetica dei pigmenti, sui meccanismi cellulari e sulle traiettorie evolutive dei vertebrati.

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