Il Teatro Valle, il più antico teatro della Capitale ancora in piedi (tra un anno farà tre secoli), riaprirà il 16 ottobre con una stagione intera – e con tutto il peso della storia che si porta dietro.
Sedici anni di chiusura. Non è poco. Nel mezzo c’è stata un’occupazione durata tre anni, una pandemia, cantieri infiniti, polemiche politiche, promesse disattese. E ora, finalmente, le poltrone rosse ordinate dal Teatro di Roma stanno per arrivare.
Un restauro tra antico e moderno
Entrare nel Valle oggi significa imbattersi in una “palazzina” di cinque piani spuntata dietro il palcoscenico: lì ci sono i camerini e le sale prove. Significa sapere che sotto i piedi degli spettatori c’è una vasca con tonnellate d’acqua per l’antincendio, e che gli impianti di raffrescamento e riscaldamento sono stati infilati tra le pareti storiche con la discrezione chirurgica di chi sa di lavorare su un organismo vivo.
Niente di tutto questo sarà visibile dal parterre. Gli spettatori vedranno le decorazioni originali del Valadier, restaurate dalla Sovrintendenza capitolina. Vedranno un teatro che sembra fermo nel tempo, eppure è completamente a norma, moderno nei sistemi, sicuro. È la scommessa di ogni restauro serio: far convivere la memoria con il presente senza che l’una soffochi l’altro.
“Uno dei teatri più importanti del mondo, riportato alla sua fruibilità in tutto il suo splendore”, ha commentato il sindaco Roberto Gualtieri.
La notte dei fischi che cambiò tutto
La data più incisa nella memoria del Valle è il 9 maggio 1921. Quella sera debuttò a Roma Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. Il pubblico fischiò. Gli attori erano disorientati, il palcoscenico sembrava un ring. Quella caduta apparente fu in realtà la nascita del teatro moderno, un trauma generativo che ha attraversato tutto il Novecento.
Non è casuale, allora, che la riapertura sia stata affidata a Francesco Piccolo, scrittore capace di muoversi tra storia e narrazione contemporanea. Il suo compito sarà riportare in scena quella sera del 1921: i fischi, lo scandalo, la rottura. Un modo, come lo ha definito il presidente del Teatro di Roma Francesco Siciliano, “un po’ scherzoso e un po’ scaramantico” di inaugurare la festa.
Da bene occupato a bene comune
Il Teatro Valle non è solo un edificio. È anche una storia recente fatta di corpi e resistenza. Tra il 2011 e il 2014, lavoratrici e lavoratori dello spettacolo lo occuparono e lo autogestirono, rivendicando il teatro come bene comune sottratto alla logica del profitto. Il motto era una citazione del drammaturgo argentino Rafael Spregelburd: “Com’è triste la prudenza“.
Tra chi partecipò all’autogestione ci furono attori come Elio Germano, Silvio Orlando, Fabrizio Gifuni, Sabina Guzzanti, Ascanio Celestini. L’occupazione si concluse, il cantiere aprì, e poi si fermò, più volte. Ma il teatro è sopravvissuto anche a quel decennio complicato.
Una stagione costruita sulla diversità
Aprire il Valle significa anche, per il Teatro di Roma, gestire una scommessa delicata: avere due sale di peso – l’Argentina è a pochi metri di distanza – e costruire stagioni che non si sovrappongano ma si completino. La direzione ha scelto di fare del Valle il luogo della drammaturgia contemporanea italiana e internazionale.
I quindici spettacoli in cartellone coprono un arco ampio. Lisa Ferlazzo Natoli, regista che ha sempre inteso il teatro come spazio politico, porta in scena Escaped alone di Caryl Churchill insieme ad Alessandro Ferroni. Daria Deflorian firma Che dolore terribile è l’amore, una coproduzione internazionale. Silvia Costa adatta teatralmente Memorie di una ragazza di Annie Ernaux.
Non mancano i nomi più riconoscibili del teatro italiano: Alessandro Gassmann porta in scena Stato contro Nolan (un posto tranquillo) di Stefano Massini; Gabriele Lavia firma una nuova pièce tratta da Dopo la prova di Ingmar Bergman. Emma Dante riprende il filo pirandelliano con il suo Studio sui Sei personaggi in cerca d’autore, quasi un dialogo a distanza con il debutto del 1921. Il cartellone si chiude con Bella figura di Yasmina Reza, diretto da Lucia Rocco.
