Nel dicembre 2023, dopo anni di attesa, l’Italia ha approvato il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC). Sono 361 azioni per preparare il Paese agli impatti del riscaldamento: siccità, dissesto idrogeologico, alluvioni, ondate di calore. Il Piano prevedeva l’istituzione di un Osservatorio Nazionale entro tre mesi dall’approvazione, con il compito di coordinare l’attuazione e individuare le fonti di finanziamento. L’Osservatorio è stato istituito con decreto ministeriale del 16 dicembre 2025, quasi due anni dopo la scadenza originale, e il Comitato si è insediato il 24 febbraio 2026. I gruppi di lavoro e il Forum consultivo devono ancora essere costituiti. L’attuazione operativa delle 361 azioni non è ancora iniziata.
Nel frattempo, l’Italia ha ridotto le emissioni del 35% tra il 2005 e il 2023, ma il ritmo sta rallentando: nel 2024 il calo è stato solo del 3%, rispetto al 6,4% dell’anno precedente, secondo le stime del Centro Europa Ricerche. Il mix energetico resta fortemente dipendente dai combustibili fossili, che nel 2025 coprono ancora il 51% della generazione elettrica, con il gas naturale da solo al 38% circa. Adattarsi senza ridurre è come comprare un ombrello migliore senza chiudere il rubinetto che allaga l’appartamento di sopra.
Qui sta l’ambiguità. Nel linguaggio comune, “adattarsi” suona ragionevole, maturo, pragmatico. Ci si adatta alle circostanze. “Mitigare” suona tecnico e astratto. Ma nella scienza del clima, le due parole descrivono azioni radicalmente diverse. Mitigazione significa ridurre le emissioni di gas serra, cioè affrontare la causa del problema. Adattamento significa prepararsi alle conseguenze, cioè gestire i danni che arriveranno comunque. Il Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC è esplicito: entrambe sono necessarie, nessuna delle due sostituisce l’altra. Meno si mitiga, più ci si dovrà adattare, e oltre certi limiti l’adattamento diventa insufficiente indipendentemente dalle risorse investite.
L’analogia è medica. Se hai la pressione alta, mitigare significa prendere la medicina che la abbassa. Adattarsi significa imparare a convivere con i sintomi. Se fai solo la seconda cosa, la pressione continua a salire. Nel discorso politico sul clima, “adattamento” viene sempre più usato come se fosse un’alternativa alla riduzione delle emissioni.
Questa confusione non è solo italiana. A livello europeo, la strategia UE di adattamento del 2021 sottolinea ripetutamente che l’adattamento è complementare alla mitigazione, non sostitutivo. Ma la comunicazione pubblica spesso separa i due concetti, trattandoli come binari paralleli: le politiche di riduzione delle emissioni da una parte, le politiche di preparazione ai danni dall’altra. Il rischio è che un governo possa presentare un piano di adattamento come azione climatica, senza che il pubblico chieda: e la riduzione delle emissioni?
Per il lettore italiano, il caso del PNACC illustra questa tensione. L’Italia ha un piano di adattamento approvato. L’attuazione ha accumulato due anni di ritardo. Nel frattempo, i combustibili fossili coprono ancora oltre metà della generazione elettrica.
Questa rubrica ha esplorato undici parole del clima il cui significato tecnico diverge dalla percezione comune. “Adattamento” chiude la serie con un caso diverso dagli altri: qui l’ambiguità non è tra il significato di una parola e la sua percezione, ma tra due parole che nella scienza sono complementari e nel discorso pubblico vengono presentate come alternative. È la stessa confusione tra breve e lungo termine che il primo articolo di questa rubrica esplorava con la distinzione tra meteo e clima: adattarsi è gestire le condizioni di oggi, mitigare è cambiare la traiettoria. Ogni volta che un piano di adattamento viene presentato senza un piano di riduzione corrispondente, la domanda che manca è: adattarsi a cosa, esattamente? A un riscaldamento di 1,5° C, di 2° C, di 3° C? La risposta dipende dalla mitigazione. Senza mitigazione, la domanda resta aperta.
