Si chiama Erminio. L’ha battezzato così EUMETNET, l’organizzazione che raggruppa 31 servizi meteorologici europei, ed è il terzo ciclone mediterraneo in appena due settimane ad abbattersi sull’Italia. Un vortice depressionario che si è distinto per la sua lenta evoluzione, restando stazionario sulla stessa area per decine di ore. Tra Abruzzo e Molise è piovuto senza sosta per oltre 60 ore, con accumuli di neve che in alcune zone hanno superato i due metri.
Al suo picco, il centro del ciclone si è posizionato nel cuore della Sicilia meridionale, dove la pressione è crollata a valori molto bassi per il Mediterraneo. La tempesta ha flagellato il centro-sud provocando piogge torrenziali nelle regioni del medio e basso Adriatico, con sconfinamenti nelle zone interne dell’Appennino e maltempo diffuso su tutto il meridione.
Il quadro che ne è emerso colpisce per la sua vastità. Oltre 14 fiumi sono esondati invadendo centri abitati e campagne, con pesanti interruzioni alla viabilità. Strade e treni bloccati hanno isolato intere comunità. Contemporaneamente, a quote più elevate, l’Appennino è stato sommerso da nevicate storiche — evento senza precedenti per l’inizio di aprile — con accumuli di neve fresca superiori al metro in molte località montane.
Dalla mezzanotte del 31 marzo i Vigili del Fuoco hanno portato a termine oltre 800 interventi tra Abruzzo, Molise e Puglia: 337 soccorsi in Abruzzo, nelle province più colpite di Pescara e Chieti, e 218 in Molise. A Chieti sono state evacuate 14 persone da un’abitazione minacciata da una frana. In Molise è crollato il ponte sul fiume Trigno lungo la Statale 16 Adriatica, interrompendo tutti i collegamenti stradali con l’Abruzzo.
In quindici anni 794 eventi: i numeri della crisi
Per capire Erminio però non basta leggere i bollettini dell’emergenza. Bisogna guardare i numeri di lungo periodo che Legambiente ha raccolto nel suo Osservatorio CittàClima. Dal 2011 alla fine di marzo 2026, nelle regioni adriatiche — Marche, Abruzzo, Molise e Puglia — e in quelle del sud — Calabria, Sicilia e Sardegna — si sono verificati 794 eventi meteo estremi che hanno causato danni al territorio. Allagamenti, grandinate, venti, esondazioni, mareggiate, danni al patrimonio storico e culturale: un rosario di disastri che si allunga di anno in anno.
Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, non usa mezzi termini: “Lo stato di emergenza chiesto per l’Abruzzo e il Molise e la situazione critica anche in altre regioni della Penisola con fiumi in piena, nevicate record, frane e paesi isolati, il collasso del ponte sul Trigno e il cedimento di diverse strade in Puglia ci dimostrano ancora una volta quanto l’Italia sia impreparata ad affrontare, gestire e prevenire la crisi climatica, che di anno in anno diventa sempre più intensa e con effetti sempre più impattanti sui territori, mettendo a rischio la vita delle persone e l’economia del Paese”.
Il Mediterraneo come laboratorio dell’estremo
Erminio non è solo un fenomeno italiano. La vastità di questo sistema perturbato ha letteralmente sconvolto l’Europa e il Nord Africa, ridisegnando i confini climatici stagionali in questo inizio di aprile 2026. Da un lato il gelo e la neve nel deserto algerino, dall’altro le alluvioni lampo nel Mezzogiorno d’Italia, e infine la polvere sahariana nel settore ellenico.
Tutto ciò è l’espressione di una destabilizzazione climatica che parte da molto lontano. Il Mediterraneo è da decenni identificato dagli scienziati come uno degli “hot spot” climatici del pianeta: un’area particolarmente vulnerabile ai cambiamenti in corso, dove le perturbazioni tendono a intensificarsi e gli eventi estremi a diventare più frequenti e violenti.
Il paradosso italiano è che gli strumenti per rispondere esistono, almeno sulla carta. Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, il PNACC, è stato approvato in via definitiva a dicembre 2023 dal Ministero dell’Ambiente. Ma non ha risorse proprie. Nel testo si prevede che siano le singole amministrazioni a dover ricercare attraverso fondi diretti e indiretti i soldi per implementare le misure di adattamento. E nemmeno nella legge di bilancio approvata nell’ottobre del 2023 vengono previsti finanziamenti specifici.
Di fatto il PNACC, trascorsi due anni dall’approvazione, era ancora fermo. Solo con decreto ministeriale del 16 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 gennaio 2026, si sono iniziati a muovere i primi passi, con l’istituzione dell’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici presso il Ministero dell’Ambiente.
Per questo Ciafani torna a chiedere al governo Meloni “che si lavori per definire al più presto una strategia nazionale per la prevenzione con politiche di mitigazione e adattamento efficaci e non più rimandabili, a partire dallo stanziamento delle risorse per attuare il PNACC, che ad oggi continua a restare un piano solo sulla carta e di cui il Governo, dopo la sua approvazione, sembra essersene totalmente dimenticato”.
La questione dei ponti crollati diventa un simbolo dell’incuria strutturale del Paese: l’associazione chiede una ricognizione complessiva delle infrastrutture nazionali con un relativo piano di messa in sicurezza, recuperando le risorse da quelle già stanziate per il Ponte sullo Stretto di Messina.
