9 Aprile 2026
/ 9.04.2026

Riciclabile: la promessa che dipende da chi la mantiene

Entro il 2030, tutti gli imballaggi immessi sul mercato UE devono essere "progettati per il riciclo." Entro il 2035, devono essere "riciclati su scala", cioè effettivamente raccolti, selezionati e trattati da infrastrutture esistenti

In Europa, nel 2023, il 42,1% degli imballaggi in plastica è stato riciclato. Il resto, quasi sei imballaggi su dieci, è finito in inceneritori, discariche o esportato. La maggior parte di quegli imballaggi portava simboli o indicazioni di riciclabilità.

L’etichetta non mente. Un imballaggio in plastica può essere tecnicamente riciclabile: il materiale di cui è fatto è compatibile con un processo industriale che lo trasforma in materia prima secondaria. Ma “può essere riciclato” e “viene riciclato” sono due affermazioni diverse. La prima descrive una proprietà del materiale. La seconda descrive il funzionamento di un sistema.

L’analogia è con un biglietto del treno. Avere un biglietto valido non significa che il treno passerà. Significa che, se il treno passa, se la stazione esiste, se i binari sono collegati, puoi salire. “Riciclabile” è il biglietto. Il riciclo effettivo dipende dalla stazione.

In Italia il sistema funziona meglio che nella media europea. Secondo i dati CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), nel 2024 l’Italia ha riciclato il 76,7% dei rifiuti di imballaggio complessivi, superando con largo anticipo il target europeo del 70% previsto per il 2030. La copertura del servizio raggiunge il 97% della popolazione, con quasi 7.400 Comuni convenzionati. La Commissione Europea ha inserito l’Italia tra i Paesi non a rischio per il raggiungimento degli obiettivi di riciclo.

Ma il dato complessivo nasconde differenze importanti tra materiali. Il vetro viene riciclato all’81%. La carta all’85%. La plastica ha appena superato il 50% nel 2024, raggiungendo il target europeo previsto per il 2025 con un anno di anticipo. Significa che quasi la metà degli imballaggi in plastica che un consumatore italiano getta nella raccolta differenziata non viene riciclata, in uno dei Paesi con il sistema più efficiente d’Europa.

Perché? Perché non tutta la plastica è uguale. Il sistema CONAI classifica gli imballaggi in plastica in nove fasce contributive basate sulla loro effettiva riciclabilità. Una bottiglia in PET trasparente (fascia A) è facilmente selezionabile e riciclabile: i lettori ottici degli impianti di selezione la riconoscono, la filiera industriale per trattarla esiste, il materiale ha un valore di mercato. Un imballaggio multistrato, in plastica nera o con etichette coprenti non rimovibili (fascia C) è formalmente “plastica” ma non è riciclabile nella pratica: i lettori ottici non lo riconoscono, gli impianti non lo separano, finisce nel residuo indifferenziato. Entrambi arrivano al consumatore con lo stesso simbolo sul packaging.

Il problema non è solo italiano. A livello europeo, il Parlamento Europeo nota che nel 2023 l’UE ha esportato 1,3 milioni di tonnellate di rifiuti plastici da trattare in Paesi extra-UE. Un imballaggio “riciclato” nella statistica può significare che è stato spedito in un altro continente dove il controllo sulla qualità del trattamento è limitato.

Il quadro normativo sta cambiando. Il Regolamento PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation), entrato in vigore nel febbraio 2025, introduce due scadenze. Entro il 2030, tutti gli imballaggi immessi sul mercato UE devono essere “progettati per il riciclo”. Entro il 2035, devono essere “riciclati su scala”, cioè effettivamente raccolti, selezionati e trattati da infrastrutture esistenti. La distinzione è cruciale: non basterà più che un imballaggio sia teoricamente riciclabile. Dovrà esistere l’infrastruttura per riciclarlo davvero.

Il PPWR interviene anche sulle dichiarazioni ambientali: le etichette che dichiarano un impatto “positivo o nullo” sull’ambiente potranno essere usate solo se le proprietà dell’imballaggio superano i requisiti minimi del regolamento. E deve essere chiaro a cosa si riferisce la dichiarazione: all’intero imballaggio, a una sua parte, o a tutti gli imballaggi dell’azienda.

Questa rubrica ha documentato lo stesso meccanismo sei volte. “Gas naturale” suona pulito ma è metano fossile. “Carbon neutral” può significare compensazione senza riduzione. “Sostenibile” nella tassonomia UE include gas e nucleare. “Consenso scientifico” viene letto come votazione invece che come convergenza di evidenze. “Biodegradabile” non dice dove, quando, né come. “Riciclabile” è una proprietà del materiale, non una garanzia di risultato. Il claim descrive il biglietto, non il viaggio.

La prossima volta che leggete “riciclabile” su un imballaggio in plastica, la domanda è: riciclabile dove? Da quale impianto? Con quale infrastruttura? Se è una bottiglia trasparente in PET, le probabilità sono alte. Se è un imballaggio nero, multistrato, con etichetta coprente, la risposta è probabilmente no, indipendentemente da cosa dice l’etichetta. Dal 2035 nell’Unione Europea questa distinzione diventerà legge.

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