Per molti inquinanti, l’Italia di oggi è irriconoscibile rispetto a quella degli anni Novanta. Il biossido di zolfo è diminuito drasticamente, così come il piombo, e anche ossidi di azoto e monossido di carbonio hanno registrato cali profondi. Nel complesso, le emissioni di gas serra sono diminuite di circa un terzo.
I numeri contenuti negli ultimi rapporti ISPRA raccontano una storia di successo ambientale che, a prima vista, sembra netta. Ma basta guardarli più da vicino per accorgersi che una parte consistente di questi progressi non nasce da scelte deliberate di politica climatica.
Dietro le riduzioni ci sono trasformazioni economiche profonde: meno industria pesante, meno carbone, anni di crisi che hanno rallentato produzione e consumi. In altre parole, una quota rilevante delle emissioni è diminuita perché il sistema economico è cambiato, non perché sia stato ripensato in chiave sostenibile.
È qui che emergono i limiti. I settori più difficili da decarbonizzare — trasporti, agricoltura, riscaldamento degli edifici — sono anche quelli in cui i progressi sono stati più lenti, quando non del tutto insufficienti. Ed è proprio su questi fronti che si gioca la partita dei prossimi anni.
Con il 2030 ormai vicino, il margine di manovra si riduce. Gli obiettivi climatici europei richiedono un’accelerazione che finora non si è vista. Dopo i risultati relativamente “facili”, restano quelli più complessi: intervenire su abitudini consolidate, infrastrutture diffuse e settori economicamente e socialmente sensibili.
Trentaquattro anni in due rapporti
I dati arrivano da due documenti pubblicati ad aprile 2026: l’Italian Emission Inventory 1990-2024 – Informative Inventory Report 2026 (Rapporto ISPRA n. 426/2026) e il National Inventory Document 2026 – Italian Greenhouse Gas Inventory 1990-2024 (Rapporto ISPRA n. 428/2026). Coprono oltre tre decenni di emissioni, dagli inquinanti atmosferici tradizionali — zolfo, ossidi di azoto, ammoniaca, particolato e composti organici volatili — fino ai principali gas climalteranti: anidride carbonica, metano e protossido di azoto.
Il confronto con gli anni Novanta restituisce l’immagine di un Paese profondamente cambiato. Ma il raffronto con gli obiettivi europei al 2030 mostra quanto strada resti ancora da percorrere.
I risultati conseguiti
Per diversi inquinanti atmosferici, le riduzioni sono state drastiche. Il biossido di zolfo è passato da 1.784 a 70 gigagrammi tra il 1990 e il 2024 (-96%), con effetti diretti anche sul fenomeno delle piogge acide. Il piombo ha seguito una traiettoria analoga (-96%), mentre il monossido di carbonio è diminuito del 77% e gli ossidi di azoto del 75%.
Riduzioni significative si registrano anche per black carbon (-67%), mercurio (-65%) e cadmio (-64%). A pesare sono stati soprattutto l’abbandono dei combustibili più inquinanti, le direttive europee sulle emissioni industriali e il miglioramento delle tecnologie, in particolare nel settore dei trasporti.
Sul fronte dei gas serra, il calo complessivo è stato del 30,2%: da 521 a 363 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. L’anidride carbonica, che rappresenta oltre l’80% del totale, è diminuita del 31,9%. Il metano è sceso del 21,8%, mentre il protossido di azoto ha registrato una riduzione del 39%.
Il nodo dei trasporti
Nonostante il quadro complessivamente positivo, un settore si muove in controtendenza. All’interno del comparto energetico — responsabile dell’81% delle emissioni climalteranti — i trasporti sono l’unico ambito in cui le emissioni sono aumentate: +10,9% tra il 1990 e il 2024.
Oggi rappresentano il 38,5% delle emissioni energetiche nazionali. Nel tempo, l’efficienza dei veicoli è migliorata, ma l’aumento della mobilità ha più che compensato questi progressi. È il cosiddetto effetto rebound: consumi più efficienti che però crescono in volume.
Agricoltura e ammoniaca
Un altro punto critico riguarda l’ammoniaca (NH₃), un inquinante che contribuisce alla formazione del particolato fine e all’eutrofizzazione delle acque. Le emissioni sono passate da 529 a 356 gigagrammi, una riduzione del 33% — molto più contenuta rispetto ad altri inquinanti.
Il dato più rilevante è la sua origine: il 91% proviene dal settore agricolo, in particolare da allevamenti, gestione dei reflui e uso di fertilizzanti. Si tratta di un ambito in cui le emissioni sono difficili da abbattere e dove le politiche di contenimento hanno prodotto risultati limitati.
Gli obiettivi al 2030
Gli impegni europei fissano obiettivi precisi. La direttiva sui tetti nazionali di emissione (NEC, 2016) richiede riduzioni rispetto ai livelli del 2005: alcuni target sono già stati raggiunti, come quelli per biossido di zolfo e ossidi di azoto. Altri, come quelli su composti organici volatili e ammoniaca, restano incerti.
Sul fronte climatico, l’Unione europea punta a una riduzione del 55% delle emissioni entro il 2030 rispetto al 1990. Per l’Italia, l’Effort Sharing Regulation stabilisce un taglio del 43,7% rispetto al 2005 nei settori non coperti dal sistema di scambio delle emissioni: trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti e piccola industria. Il tempo a dispozione è limitato. E il 2030 è molto più vicino di quanto sembri.
