16 Aprile 2026
/ 16.04.2026

Dalla crisi del petrolio al boom del solare: la scommessa della Corea del Sud

Sussidi record e villaggi energetici: Seul resta legata ai fossili ma accelera sulle rinnovabili

Nel villaggio agricolo di Guyang-ri, a poco più di un’ora da Seul, la transizione energetica è un pranzo condiviso. Sei giorni su sette, gli abitanti si ritrovano a tavola grazie ai proventi di un impianto fotovoltaico da un megawatt. “I legami si rafforzano, la vita diventa più piacevole”, ha raccontato al Guardian Jeon Joo-young, capo villaggio. Il progetto genera circa 10 milioni di won al mese e finanzia servizi locali: pasti, trasporti per anziani, attività sociali. Il modello dei “villaggi a reddito solare” è diventato una leva politica per il governo sudcoreano, deciso a trasformare una vulnerabilità energetica in opportunità industriale.

La crisi come acceleratore

La tensione in Iran e i suoi effetti sul traffico nello Stretto di Hormuz hanno reso evidente un dato strutturale: la Corea del Sud importa oltre il 90% dell’energia primaria. E circa il 70% del greggio passa proprio da lì, in Medio-Oriente.

Il presidente Lee Jae Myung ha parlato apertamente di “destino della nazione” legato alla transizione energetica. L’obiettivo ufficiale (20% di elettricità da rinnovabili entro il 2030) esisteva già, ma ora cambia la scala: più fondi, più velocità, più pressione politica.

Attraverso un bilancio supplementare ha stanziato circa 500 miliardi di won per la transizione, portando il sostegno annuo a oltre 1.100 miliardi. Altri 400 miliardi finanzieranno prestiti agevolati per i villaggi solari. Il piano prevede 2.500 comunità entro il 2030, con 700 nuovi progetti solo quest’anno.

Reti sature e colli di bottiglia

L’accelerazione, però, incontra limiti fisici. Le regioni meridionali – dove si concentra la produzione solare ed eolica – sono prossime alla saturazione della rete. Gigawatt di capacità restano in attesa di connessione.Secondo l’economista Hong Jong Ho, il problema è sistemico: prezzi dell’elettricità artificialmente bassi, gestiti dalla Korea Electric Power Corporation (Kepco), hanno disincentivato per anni gli investimenti infrastrutturali. “Molti coreani considerano l’energia un bene pubblico a basso costo”, ha spiegato. Questo significa scarsa disponibilità ad accettare i costi della transizione.La costruzione di nuove linee ad alta tensione verso la capitale richiede infatti oltre un decennio e incontra resistenze locali: le aree rurali contestano un modello in cui ospitano impianti e infrastrutture senza ricevere benefici diretti sulle tariffe.

La corsa al solare scopre anche un’altra fragilità: la dipendenza tecnologica dalla Cina, dominante nella produzione globale di pannelli. Il governo ha introdotto requisiti per moduli domestici nei progetti locali e ipotesi di certificazione dell’impronta carbonica per le importazioni. Misure difensive, ma ancora parziali.

La contraddizione dei sussidi

Il nodo più critico resta politico. Mentre si finanzia la transizione, lo Stato continua a sostenere i combustibili fossili. Secondo l’organizzazione Solutions for Our Climate, circa 5 trilioni di won sono destinati a contenere i prezzi del petrolio, inclusi sussidi diretti alle raffinerie. “Lo stesso governo che sopprime i segnali di prezzo chiede ai cittadini di risparmiare energia”, ha osservato Gahee Han. Una contraddizione che riflette, secondo gli ambientalisti, una struttura ancora orientata a proteggere l’industria fossile.

Nel frattempo, alcune centrali a carbone vedono rinviata la chiusura e i reattori nucleari vengono riattivati per garantire stabilità. Anche dopo il 2040, 21 impianti a carbone riceveranno pagamenti per la disponibilità di capacità elettrica come riserva d’emergenza.

Il caso di Guyang-ri mostra che la transizione produce benefici tangibili e redistribuiti: la crisi mediorientale ha aperto una finestra. Bisogna vedere se il sistema dei fossili riuscirà a chiuderla.

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