Non è uno scenario futuro. È un bilancio che si può sintetizzare in tre cifre. Nel 2024, in Europa, 62.000 persone sono morte per cause attribuibili al caldo. Nell’ultimo decennio gli allarmi per il caldo estremo sono arrivati a una media di 4,3 al giorno: erano uno al giorno negli anni Novanta. Il 99,6% delle regioni europee monitorate ha registrato un incremento dei decessi legati alle temperature elevate nell’ultimo decennio.
Sono i dati del Lancet Countdown Europe Report 2026, appena pubblicato. Il rapporto – frutto del lavoro di 65 ricercatori provenienti da 46 istituzioni accademiche e delle Nazioni Unite – è stato costruito su 43 indicatori distribuiti in cinque ambiti tematici. È una misurazione sistematica di ciò che il cambiamento climatico sta già producendo sulla salute degli europei: una crisi sanitaria in continua accelerazione.
Joacim Rocklöv, condirettore del Lancet Countdown Europe e docente all’Università di Heidelberg, non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti: “L’aumento delle temperature, l’aggravarsi dell’inquinamento indoor, l’esposizione alle malattie infettive e le crescenti minacce alla sicurezza alimentare stanno mettendo a rischio milioni di persone oggi, non in un futuro lontano. Le scelte che facciamo ora determineranno se questi impatti peggioreranno rapidamente o se inizieremo a muoverci verso un’Europa più sicura, più equa e più resiliente”.
Il problema non è solo l’entità del danno. È la velocità con cui cresce, e la lentezza della risposta politica, totalmente inadeguata.
Chi paga il prezzo più alto
Il caldo non colpisce tutti allo stesso modo. Il rapporto Lancet lo documenta con precisione: i neonati, gli anziani e i lavoratori all’aperto sono i più esposti al caldo estremo. Le famiglie a basso reddito hanno il 10% di probabilità in più di subire insicurezza alimentare causata da eventi meteorologici estremi. Chi vive in regioni economicamente svantaggiate affronta rischi più elevati di incendi boschivi e ha meno accesso agli spazi verdi. Questi non sono effetti collaterali: sono dati strutturali. Chi ha meno risorse per proteggersi – un condizionatore, una casa ben isolata, un lavoro al chiuso – è chi subisce di più.
Assieme alla crisi climatica si aggrava l’aggressione delle malattie virali. Il rischio medio di focolai di dengue in Europa è quasi quadruplicato rispetto al periodo 1980-2010. Paesi come Italia e Francia – tradizionalmente considerati a basso rischio – hanno registrato un aumento del 32% delle zone costiere idonee alle infezioni da Vibrio tra il 2015 e il 2024 rispetto al periodo di riferimento 1980-2010.
Problemi in crescita anche per chi soffre di allergie respiratorie: la stagione dei pollini si è allungata di una o due settimane rispetto agli anni Novanta. Stiamo scoprendo che il sistema sanitario europeo è stato progettato per un clima che non esiste più.
Il costo della dipendenza dai fossili: 444 miliardi di euro
Il rapporto dedica una sezione specifica al nesso tra combustibili fossili e vulnerabilità economica. Per proteggere i cittadini dall’impennata dei prezzi dell’energia scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina, i governi europei hanno erogato sussidi per 444 miliardi di euro nel solo 2023. Una cifra pari a 3,3 volte i livelli del 2016.
La matematica è spietata: ogni crisi sui mercati fossili produce una bolletta pubblica che i bilanci nazionali pagano sotto forma di sussidi, e i cittadini sotto forma di inflazione. E poi la crisi torna, come è successo con il blocco dello Stretto di Hormuz nella primavera del 2026. La dipendenza strutturale dai mercati internazionali degli idrocarburi non lascia margine di manovra: i prezzi si formano altrove, le decisioni si prendono altrove, e l’Europa è chiamata a rincorrere gli eventi.
Hannah Klauber, co-responsabile del gruppo di lavoro su economia e finanza del Lancet Countdown Europe, lo ha detto chiaramente: “Oggi, mentre il conflitto in Iran porta nuova incertezza e sofferenza alle persone in tutta la regione, ci viene nuovamente ricordato che finché l’Europa dipenderà dai combustibili fossili, le nostre economie, i nostri bilanci pubblici e, in ultima analisi, la nostra salute rimarranno vulnerabili. Accelerare la transizione verso un’energia pulita e sicura non è solo una necessità ambientale, ma un’opportunità fondamentale per salvaguardare il benessere delle persone”.
L’attenzione politica cala mentre i rischi crescono
C’è poi un altro dato che colpisce per la sua illogicità. Mentre la crisi climatica presentava il conto che il rapporto misura, al Parlamento europeo, nel 2024, solo 21 interventi su 4.477 hanno fatto riferimento all’intersezione tra cambiamento climatico e salute. Meno dello 0,5% del dibattito parlamentare ha toccato il nesso tra ciò che bruciamo per alimentare il sistema energetico e come stiamo. Nello stesso anno, la ricerca scientifica su clima e salute ha registrato per la prima volta un calo, invertendo una tendenza di crescita consolidata. Il divario tra ciò che i dati dicono e ciò che la politica discute non si sta restringendo: si sta allargando.
Eppure qualcosa si muove, ed è ancora una volta la separazione dei poteri a dare una speranza di correggere la rotta. Le argomentazioni sanitarie stanno diventando sempre più centrali nei contenziosi climatici: oltre la metà dei documenti relativi a procedimenti giudiziari avviati dal 2011 fa riferimento alla salute. E in uno sviluppo che il rapporto definisce “storico”, la Corte internazionale di giustizia ha affermato l’obbligo giuridico degli Stati di intervenire sul cambiamento climatico per tutelare il benessere umano. Quando la politica arretra, i tribunali avanzano.
Tre priorità
Il rapporto conclude indicando tre priorità concrete: rafforzare i piani di adattamento sanitario con finanziamenti stabili e a lungo termine, perché i piani senza risorse restano sulla carta; espandere i servizi climatici dedicati al settore sanitario; accelerare l’eliminazione graduale dei combustibili fossili. Non sono obiettivi nuovi. Sono obiettivi che i progressi recenti indicano come raggiungibili. La questione è se la politica europea riuscirà a mantenerli al centro dell’agenda nel momento in cui le pressioni – economiche, geopolitiche, elettorali – spingono in senso contrario.
