Il digitale continua a essere percepito come un’economia immateriale. Ma dietro server, cloud e intelligenza artificiale si muove una filiera che consuma energia, acqua e materie prime in quantità sempre maggiori. Su questo ambito interviene la Pontificia Accademia di Teologia (PATH), che promuove un Osservatorio dedicato all’impatto ambientale delle tecnologie digitali.
La presentazione ufficiale è prevista il 18 maggio nella Sala Marconi di Palazzo Pio, sede dei media vaticani, a ridosso dell’anniversario dell’enciclica Laudato si’. Sotto osservazione finiscono data center, piattaforme digitali, consumi energetici e rifiuti elettronici.
Tecnologia utile ma non neutrale
L’Osservatorio non nasce da una posizione tecnofobica. Le tecnologie digitali possono ridurre sprechi e consumi: reti elettriche intelligenti, agricoltura di precisione, sistemi predittivi per la gestione delle risorse idriche, monitoraggio ambientale satellitare. L’intelligenza artificiale viene già utilizzata per ottimizzare i flussi energetici e limitare dispersioni nelle reti.
La questione, però, è misurare il saldo reale di questa trasformazione: quanta energia serve per sostenere l’espansione dell’intelligenza artificiale, dei servizi cloud e delle reti globali? E quale impatto ambientale producono le infrastrutture necessarie?
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, i data center e le reti di trasmissione incidono già per una quota rilevante dei consumi elettrici mondiali, mentre la domanda energetica legata all’IA è destinata a crescere rapidamente nei prossimi anni. A questo si aggiunge il nodo dei rifiuti elettronici: milioni di tonnellate di dispositivi dismessi ogni anno, spesso esportati illegalmente verso Paesi poveri dove vengono smontati senza protezioni ambientali né sanitarie.
Il problema dei rifiuti
La scelta di presentare l’iniziativa nei giorni della visita di papa Leone XIV ad Acerra ha un peso preciso. La Terra dei Fuochi resta uno dei simboli europei dello smaltimento illegale dei rifiuti e delle conseguenze sanitarie legate all’inquinamento ambientale. Il riferimento è anche alla filiera tecnologica globale: estrazione di materie prime, smaltimento dei dispositivi, aumento dei consumi energetici. Una catena spesso poco visibile nel dibattito pubblico.
Tra i temi affrontati dall’Osservatorio compaiono anche le conseguenze sociali delle tecnologie: dipendenze digitali, impoverimento delle relazioni, impatto sui giovani, concentrazione del potere economico nelle mani di poche piattaforme globali. Una questione che raramente entra nel dibattito ambientale ma che riguarda direttamente il modello di sviluppo.
Pressione sui colossi tecnologici
Il presidente della PATH, Antonio Staglianò, ha sintetizzato il senso dell’iniziativa con parole nette: “Non può esserci vera pace senza una tecnologia che rispetti l’uomo, le relazioni e il creato”. Un passaggio che sposta il discorso oltre la morale individuale e chiama in causa le responsabilità delle grandi aziende tecnologiche.
Negli ultimi anni il settore tecnologico ha costruito gran parte della propria reputazione sull’idea di innovazione sostenibile. Ma la crescita dell’intelligenza artificiale e dei sistemi di calcolo avanzati sta aumentando la domanda globale di elettricità, mentre molti governi continuano a promettere obiettivi climatici sempre più ambiziosi.
Staglianò ha spiegato che l’obiettivo è promuovere “un uso della tecnologia realmente sostenibile, eticamente orientato e attento alla dignità della persona umana”. Il nodo, al di là delle dichiarazioni, sarà capire se il tema entrerà nelle politiche industriali e ambientali europee.
