Il Santa Maria della Pietà, inaugurato nel 1913 come ospedale psichiatrico provinciale e chiuso nel 1999 con la definitiva attuazione della legge Basaglia, è rimasto a lungo in uno strano limbo: troppo grande per essere ignorato, troppo pesante da riconvertire in fretta.
Ora qualcosa si muove. I cantieri sono aperti, le impalcature avvolgono i padiglioni come fasciature su edifici malati, e 58 milioni di euro del Pnrr sono stati destinati alla rifunzionalizzazione dell’area. Ventisei ettari in tutto, di cui 19 di verde – una superficie paragonabile, per varietà botanica, solo all’Orto Botanico di via della Lungara. Un polmone verde per tutta Roma Nord, dicono dall’assessorato all’Urbanistica, con specie rare e importate che hanno resistito all’abbandono meglio di molti edifici.
Il museo che racconta l’orrore ordinario
La prima tappa obbligata è il Museo della Mente, che ha riaperto i battenti pochi giorni fa con il secondo piano finalmente accessibile. Dentro ci sono i macchinari per l’elettroshock, i letti con le fasce per la contenzione fisica, le proiezioni con le voci e i volti di chi è stato rinchiuso qui.
Nell’archivio (custodito in un altro padiglione) i faldoni sono ordinati alfabeticamente. Dentro ci sono cartelle cliniche di chi aveva davvero disturbi psichiatrici, ma anche di bambini giudicati “troppo vivaci”, o di persone semplicemente povere, considerate inadatte a una società produttiva. Il manicomio era anche questo: uno strumento di controllo sociale mascherato da assistenza medica.
L’architettura stessa lo racconta: i padiglioni erano divisi per tipologia di “caso” (il XVIII per i criminali, il XIV per gli agitati, il XXII per i cronici) e i muri arrivavano a quattro metri per impedire le fughe. Oggi quegli stessi muri sono in parte abbattuti, in parte svuotati di senso. Quello che rimane è la forma, che i lavori stanno cercando di riempire di contenuti opposti.
Una città nella città
Il progetto di riconversione ha una logica precisa. Se l’ex Mattatoio, a Testaccio, è diventato il polo dell’arte e della cultura, il Santa Maria della Pietà dovrà essere il polo della persona: servizi sociosanitari, una biblioteca, spazi di formazione. Il padiglione XXXI – la vecchia lavanderia, occupata per anni da chi la usava come centro culturale e sociale – diventerà la biblioteca. “Chi ha animato l’occupazione storica aveva paura che il luogo tornasse a essere un ospedale, ma abbiamo mantenuto la promessa”, ha detto l’assessore all’Urbanistica Maurizio Veloccia.
Il padiglione quarantunesimo, che era la falegnameria, ospiterà invece un polo di formazione: laboratori di ricerca, startup, aule, hub dedicati al rapporto tra agricoltura, ambiente e alimentazione. E la vecchia mensa è candidata a diventare uno spazio aperto alla cittadinanza, probabilmente con un ristorante pubblico. Un progetto che, nelle intenzioni, vuole restituire l’area non a una funzione sola, ma a una molteplicità di usi: come una città nella città, ma con le porte aperte.
Il verde come infrastruttura
Tra tutti gli aspetti del progetto, quello ambientale è tra i più importanti. Oltre 15 milioni dei 58 complessivi sono destinati alla riqualificazione del verde: sentieri, specie botaniche rare, una fruibilità pubblica che ancora non esiste. Oggi l’area è tecnicamente accessibile, ma di fatto circondata da quella patina d’abbandono che scoraggia chi non sa che cosa ci sia dietro il cancello di via Trionfale. Uscendo dal parco a fine visita, alcuni murales ricordano che questo è stato un luogo di sofferenza. Senza saperlo, sarebbe difficile capire dove si sta andando.
