Il Campidoglio ha approvato il Piano strategico e operativo del Tevere, uno strumento di indirizzo e programmazione che per la prima volta tratta il fiume non come una linea di confine o come un problema idraulico, ma come una grande infrastruttura ambientale, paesaggistica e urbana. Settantacinque chilometri di rive, da Saxa Rubra a Nord fino a Marconi e Ostia a Sud: un corridoio verde che attraversa l’intera città e che il piano si propone di restituire ai suoi abitanti.
Il progetto, promosso dall’assessorato all’Urbanistica, disegna una strategia articolata su tre fronti: il clima e la natura, la mobilità sostenibile, la rigenerazione urbana e sociale.
Tre assi, una visione
Il punto di partenza è il clima. Il Piano punta a costruire un sistema di spazi verdi e blu per rafforzare le infrastrutture ambientali e la biodiversità. Chi ha vissuto le estati romane degli ultimi anni sa bene quanto il caldo stia diventando insostenibile: temperature record, isole di calore che rendono invivibili interi quartieri, siccità che si alterna a violenti nubifragi. Il fiume, con le sue sponde, potrebbe diventare un corridoio di frescura e ventilazione naturale per la città.
Sul fronte della mobilità, il Piano immagina una rete integrata e multimodale fondata sulle connessioni ciclopedonali e sull’integrazione con il sistema ferroviario. Roma è una città che crea qualche problema alle biciclette(strade spesso sconnesse, carenza di piste, cultura automobilistica radicata), ma qualcosa si muove. La dorsale ciclabile prevista dal piano, che collega Castel Giubileo alla foce, è uno degli assi portanti di questa nuova mobilità fluviale. E poi ci sono i battelli elettrici, già in via di sperimentazione da Castel Giubileo alla foce: disegnano un trasporto pubblico che usa il fiume come asse di movimento.
Il terzo asse è quello della rigenerazione urbana e sociale: centinaia di interventi con opere già in corso e nuove progettazioni che coinvolgono i maggiori parchi fluviali (Saxa Rubra, Tor di Valle, Spinaceto e Riva dei Cocci), insieme alla riqualificazione nell’area Salaria, alla creazione di un hub dell’economia circolare all’Idroscalo di Ostia e al rafforzamento del Distretto dell’Innovazione Ostiense-Marconi. Il tutto all’interno di una generale riqualificazione del lungotevere, con nuovi spazi pedonali, terrazze affacciate sull’acqua e accessi alle rive.
Il fiume come catalizzatore
“Col Piano trasformiamo il fiume da confine a catalizzatore della trasformazione sostenibile della città”, dice l’assessore all’Urbanistica Maurizio Veloccia. “Riconoscere l’importanza del Tevere all’interno della città significa investire sul futuro, tutelando la natura, favorendo il benessere psicofisico dei cittadini e costruendo nuovi spazi per la comunità”, aggiunge l’assessora all’Agricoltura, all’Ambiente e al Ciclo dei rifiuti Sabrina Alfonsi. Due voci che restituiscono bene i due aspetti del piano che tendono a convergere: da un lato l’aspetto infrastrutturale, dall’altro l’attenzione alla dimensione umana, al fiume come luogo di vita e non solo di transito.
C’è un dettaglio che colpisce, leggendo il documento: il Piano non ignora le fragilità ecologiche. Le sponde del Tevere ospitano ecosistemi importanti – canneti, salici, fauna acquatica – che decenni di cementificazione e scarichi hanno compromesso. La rigenerazione ecologica è dunque uno degli obiettivi espliciti, accanto alla mobilità sostenibile e alla rigenerazione urbana. Si tratta di restituire al fiume una funzione ecologica che ha in parte perduto.
Dal punto di vista dei numeri, il Piano individua interventi di rigenerazione da Porta Portese all’area Salaria, fino a Marconi e Ostia. Si parla di decine di cantieri distribuiti lungo i 75 chilometri di riva, alcuni già avviati, altri in fase di progettazione. Tra quelli più attesi: il completamento della ciclabile Dorsale Tevere, che si ramifica su entrambe le sponde; i nuovi parchi fluviali a Saxa Rubra, Tor di Valle, Spinaceto e Riva dei Cocci; la valorizzazione di Porta Portese; la creazione dell’hub circolare all’Idroscalo di Ostia.
Un ritardo lungo decenni
Per capire la portata di questa svolta bisogna ricordare da dove si viene. Il Tevere è stato a lungo trattato come un problema da nascondere. I muraglioni in travertino furono costruiti per contenere le piene e proteggere la città. Risultato: il fiume è scomparso dalla vita quotidiana dei romani. I lungotevere sono diventati strade di scorrimento veloce, le rive un territorio di nessuno.
Nel corso degli ultimi trent’anni non sono mancati i piani di riqualificazione, spesso annunciati con enfasi e poi naufragati tra burocrazia, cambi di giunta e mancanza di fondi. Il Tevere è rimasto così, sospeso tra la promessa di una rinascita e la realtà di un abbandono. Oggi il Piano appena approvato prova a mettere ordine in questa storia di incompiute, costruendo uno strumento che possa guidare le trasformazioni nel tempo.
E già qualcosa è cambiato. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso: i localini sotto i ponti, le spiagge urbane d’estate, le imbarcazioni da noleggio, un lungo tratto di pista ciclabile. Non basta, certo. Ma segnala un mutamento di percezione: il fiume non è più solo uno sfondo, ma un posto dove andare.
La seconda incognita riguarda la governance. Il Tevere attraversa non solo Roma Capitale, ma anche la Città Metropolitana, la Regione Lazio, diverse competenze statali – dalla difesa del suolo alla navigazione interna. Mettere d’accordo tutti questi soggetti, ciascuno con le proprie priorità e i propri ritmi, è una sfida non banale. Il Piano prevede una cabina di regia, ma i dettagli della sua composizione e dei suoi poteri sono ancora da definire.
C’è poi la questione della partecipazione. I progetti che trasformano i luoghi pubblici funzionano quando le comunità locali sono coinvolte fin dall’inizio, non solo informate a cose fatte. Lungo le rive del Tevere vivono e lavorano persone molto diverse: residenti storici, commercianti, associazioni culturali, comunità di migranti. Il rischio di una riqualificazione che espella chi c’era prima – la cosiddetta gentrificazione – è reale e va governato.
Eppure, nonostante tutto, c’è qualcosa di nuovo nell’aria. Per la prima volta il Tevere è al centro di una visione strategica che non lo tratta come un ostacolo ma come un’opportunità. Che quella visione si traduca in realtà dipenderà – come sempre – dalla qualità dell’esecuzione, dalla continuità politica, dalla capacità di tenere insieme interessi divergenti. Ma almeno, stavolta, si parte da una mappa.
Intanto il sole tramonta dietro il Gianicolo, l’acqua del Tevere si fa scura, e qualcuno – forse – inizia a guardarlo diversamente.
