Nel solo primo quadrimestre del 2026 sono stati distrutti dal fuoco circa 150 milioni di ettari nel mondo. È il valore più alto mai registrato da quando esiste un monitoraggio satellitare globale sistematico degli incendi, attivo dal 2012 attraverso il database GFED (Global Fire Emissions Database). Il dato supera di oltre il 20% il precedente record storico e del 50% la media degli ultimi tredici anni.
Di fronte a questi numeri, nel dibattito pubblico è emerso soprattutto un nome: El Niño, il fenomeno climatico naturale che riscalda le acque del Pacifico equatoriale e altera piogge, siccità e temperature in molte regioni del Pianeta (la cui intensità e i cui impatti risultano oggi ulteriormente amplificati dalla crisi climatica in corso). Secondo la NOAA – la National Oceanic and Atmospheric Administration, l’agenzia federale statunitense che monitora oceani, atmosfera e clima – esiste una probabilità superiore al 60% che un nuovo evento El Niño si sviluppi nel corso del 2026.
Ma gli scienziati riuniti nel briefing internazionale organizzato da World Weather Attribution, gruppo di ricerca che studia il legame tra eventi estremi e riscaldamento globale, mettono in guardia da una semplificazione: attribuire l’attuale crisi degli incendi principalmente a El Niño rischia di nascondere il vero problema.
“Il cambiamento climatico è il motivo per cui preoccuparsi”
La climatologa Fredi Otto, docente all’Imperial College London e tra le fondatrici di World Weather Attribution, ha spiegato la distinzione: “El Niño è un fenomeno naturale. Va e viene. Il cambiamento climatico, al contrario, peggiora senza sosta finché non smettiamo di bruciare combustibili fossili”.
Otto ha ricordato che nelle oltre cento analisi rapide condotte dal gruppo su eventi estremi recenti, il cambiamento climatico indotto dall’uomo ha quasi sempre avuto un peso maggiore rispetto alla variabilità naturale legata a El Niño o La Niña, la fase opposta di raffreddamento delle acque del Pacifico. Il punto centrale del briefing è che El Niño può amplificare fenomeni già in corso, ed è a sua volta amplificato dal cambiamento climatico, ma non crea da zero le condizioni osservate oggi. In un Pianeta più caldo, siccità, ondate di calore e incendi diventano più frequenti e intensi.
Africa e Asia: i due epicentri della crisi
L’Africa subsahariana è l’area più colpita del pianeta: 85 milioni di ettari bruciati, un record assoluto. Secondo Theodore Keeping, ricercatore dell’Imperial College London, le forti piogge della stagione precedente hanno favorito una crescita eccezionale della vegetazione; successivamente, ondate di calore e siccità estrema hanno trasformato quella massa vegetale in combustibile perfetto per gli incendi. È il cosiddetto “hydroclimatic whiplash”, cioè il rapido passaggio da eccesso di piogge a estrema aridità.
Record storici sono stati registrati in molti Paesi del Sahel e dell’Africa occidentale, dal Senegal al Sudan.
Anche l’Asia ha vissuto una stagione senza precedenti, con 44 milioni di ettari andati in fumo tra India, Sud-Est asiatico e Cina nordoccidentale. In India, incendi agricoli fuori controllo si sono sommati a condizioni di siccità eccezionale. In Myanmar, Laos e Thailandia, regioni normalmente umide si sono prosciugate rapidamente per effetto del caldo intenso. In Cina, temperature anomale e mancanza di pioggia hanno favorito il più grande focolaio di incendi della storia moderna del Paese.
Molti di questi record, sottolineano gli studiosi, sono stati registrati prima ancora che El Niño si sviluppasse pienamente. Gli scienziati non escludono che un forte El Niño nella seconda metà del 2026 possa aggravare ulteriormente il rischio incendi in Amazzonia, Canada, Australia e Stati Uniti nordoccidentali. Ma insistono su un punto fondamentale: El Niño agisce come amplificatore di condizioni già alterate dal cambiamento climatico.
Per questo, secondo i ricercatori, concentrare tutta l’attenzione su questo fenomeno rischia di spostare il problema dal suo vero centro: il riscaldamento globale causato dalle attività umane.
Il costo umano del fuoco
Una parte importante del briefing è stata dedicata agli effetti sanitari degli incendi. Jemilah Mahmood, medico e direttrice del Sunway Centre for Planetary Health, ha ricordato che il caldo estremo provoca già almeno 546.000 morti ogni anno nel mondo.
Ancora più grave è l’impatto del fumo (che si inserisce nei normali moti atmosferici e può essere trasportato su grandi distanze attraverso le dinamiche di circolazione dell’aria). “I PM2.5 del fumo degli incendi possono essere dieci volte più dannosi dei PM2.5 delle emissioni del traffico”, ha spiegato Mahmood. Secondo uno studio pubblicato su The Lancet nel 2024, l’inquinamento atmosferico legato agli incendi causerebbe oltre 1,5 milioni di morti all’anno, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito.
Mahmood ha citato due esempi emblematici: negli incendi australiani del 2019 le vittime dirette furono 33, mentre il fumo causò altre 417 morti; negli incendi di Los Angeles del gennaio 2025, quasi metà delle vittime aggiuntive sarebbe stata collegata all’esposizione al fumo. “Il fuoco visibile è solo l’inizio della storia”, ha sintetizzato.
Le soluzioni esistono già
Nel briefing gli esperti hanno insistito anche su un altro punto: la crisi climatica non è una condanna inevitabile. Patricia Espinosa, ex segretaria esecutiva dell’UN Climate Change, ha ricordato che molte tecnologie necessarie per ridurre le emissioni esistono già e stanno avanzando rapidamente.
Negli ultimi anni il costo delle energie rinnovabili è crollato, mentre elettrificazione e accumulo energetico stanno crescendo in molte economie del mondo. “L’azione climatica ambiziosa non si misura in dichiarazioni o intenzioni o impegni, ma nell’esecuzione verificabile”, ha osservato Espinosa.
Le priorità indicate dagli esperti sono accelerare l’abbandono dei combustibili fossili, investire nell’adattamento climatico, proteggere le foreste e rafforzare i sistemi sanitari. “Dobbiamo capire che l’azione climatica non è un costo, ma un investimento”, ha aggiunto Espinosa.
Anche Mahmood ha voluto chiudere con un messaggio non fatalista: “Rifiuto di finire con la fine del mondo, perché la disperazione è anche una forma di inazione. E non possiamo permettercela“.
