11 Maggio 2026
/ 11.05.2026

Termiti, gli ingegneri delle foreste tropicali

Una ricerca pubblicata su Current Biology ricostruisce l’evoluzione dei grandi decompositori tropicali: il loro ruolo è decisivo nella fertilità dei suoli e nella rigenerazione degli ecosistemi

Nell’immaginario comune le termiti restano associate ai danni provocati a travi, mobili e infissi. Nelle foreste tropicali, però, mantengono attivo il ciclo della materia organica e contribuiscono alla stabilità degli ecosistemi.

Uno studio pubblicato su Current Biology ricostruisce la storia evolutiva di questi insetti attraverso l’analisi genetica di oltre 1.300 specie, quasi la metà di quelle conosciute al mondo. Il risultato è un ribaltamento di prospettiva. Le termiti sono diventate, nel corso di milioni di anni, i grandi ingegneri della decomposizione, gli organismi che riciclano materia organica, arieggiano il terreno, redistribuiscono nutrienti e permettono alle foreste di rigenerarsi.

Nei tropici le termiti rappresentano tra il 10 e il 20% della biomassa animale. Senza il loro lavoro, gran parte del carbonio immagazzinato nella vegetazione morta resterebbe bloccato più a lungo, i suoli perderebbero fertilità e la catena alimentare sarebbe molto diversa.

La crisi climatica che cambiò tutto

La ricerca coordinata dall’Università di Okinawa individua due grandi momenti di espansione evolutiva delle termiti. Il primo risale alla fine del Cretaceo, circa 66 milioni di anni fa, nel periodo segnato dall’estinzione dei dinosauri dopo l’impatto dell’asteroide Chicxulub. In quel caos ecologico, alcuni gruppi di termiti trovarono nuove nicchie da occupare.

Ma il salto decisivo arrivò molto dopo, tra Eocene e Oligocene. Circa 34 milioni di anni fa la Terra attraversò un raffreddamento rapidissimo: in appena diecimila anni la temperatura globale diminuì di circa 8 gradi. Le grandi foreste pluviali si contrassero, avanzò la savana e molte specie dovettero adattarsi o sparire. Le termiti fecero entrambe le cose: cambiarono dieta e cambiarono il Pianeta.

Fino ad allora questi insetti si nutrivano soprattutto di legno. Poi comparve la famiglia delle Termitidae, oggi la più diffusa con oltre 2.100 specie. La loro innovazione fu semplice e rivoluzionaria: iniziare a nutrirsi direttamente di suolo e materia organica decomposta. Una trasformazione che liberò le termiti dalla dipendenza esclusiva dalle foreste dense.

Secondo gli autori dello studio, è proprio questa capacità di adattamento ad averle rese i decompositori dominanti dei tropici moderni.

Gli operai della riforestazione

Un ecosistema non si rigenera soltanto mettendo a dimora nuove piante. Servono organismi capaci di rimettere in circolo nutrienti, scavare gallerie nel terreno, accelerare la decomposizione della biomassa morta e trattenere umidità nel suolo. Le termiti fanno esattamente questo.

Le loro colonie modificano la struttura fisica dei terreni, aumentano la porosità e migliorano l’infiltrazione dell’acqua. In molte aree tropicali, soprattutto quelle degradate da agricoltura intensiva e disboscamento, la presenza delle termiti può accelerare il recupero della fertilità.

È un cambio di paradigma anche culturale. La biodiversità utile non coincide sempre con gli animali iconici delle campagne ambientaliste: esistono specie fondamentali che lavorano nell’ombra, senza fascinazione estetica né consenso pubblico.

Un pianeta costruito dagli insetti

Lo studio apre anche una riflessione più ampia sul modo in cui raccontiamo la natura. Per decenni l’evoluzione del Pianeta è stata narrata soprattutto attraverso grandi vertebrati, mammiferi o dinosauri. Gli insetti, pur rappresentando la maggioranza assoluta della biodiversità terrestre, sono rimasti sullo sfondo.

Eppure le termiti esistono da circa 130 milioni di anni e hanno attraversato estinzioni di massa, glaciazioni e trasformazioni climatiche globali molto prima dell’uomo. Elementi che aiutano a comprendere quanto la stabilità degli ecosistemi dipenda da organismi spesso ignorati o considerati marginali.

CONDIVIDI

Continua a leggere