15 Maggio 2026
/ 15.05.2026

Clima, il voto ONU del 20 maggio può cambiare le regole

L'Assemblea generale è chiamata a recepire la sentenza della Corte dell'Aia sugli obblighi climatici degli Stati. Una risoluzione che potrebbe rafforzare il ruolo del diritto internazionale nella crisi climatica

Il 20 maggio, a New York, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite vota una risoluzione che recepisce il parere consultivo emesso nel 2024 dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aia (CIG) sugli obblighi climatici degli Stati. Se approvata, all’unanimità, tutti i Paesi riconoscono formalmente che ridurre le emissioni di gas serra è un obiettivo politico, ma anche un obbligo legale collegato alla tutela dei diritti umani, dei territori e della sicurezza delle popolazioni.

A guidare l’iniziativa è Vanuatu, piccolo arcipelago del Pacifico tra i Paesi più esposti all’innalzamento del mare e agli eventi climatici estremi. Dietro c’è anche un gruppo di piccoli Stati insulari che da anni spingono perché la crisi climatica diventi terreno di responsabilità giuridica concreta.

Il diritto entra nel negoziato climatico

Il parere della CIG era stato richiesto nel 2023 da 132 Stati senza alcuna opposizione, un fatto piuttosto raro in un sistema multilaterale spesso paralizzato dai veti geopolitici. La Corte si era pronunciata all’unanimità, riconoscendo che esistono obblighi già presenti nel diritto internazionale che impongono agli Stati di agire contro il cambiamento climatico. Quel parere viene già citato in cause climatiche nazionali e internazionali, e alcuni giudici lo richiamano nelle proprie sentenze.

Il ministro per il Clima di Vanuatu, Ralph Regenvanu, ha definito la risoluzione “un atto collettivo di fiducia multilaterale sul fatto che il diritto possa aiutarci a superare la crisi climatica”, aggiungendo che l’unanimità della Corte “è un dono per gli Stati membri: ci offre chiarezza giuridica e un punto di riferimento comune”, riporta il Guardian.

Il compromesso sui combustibili fossili

La bozza iniziale era più ambiziosa. Chiedeva “una rapida, equa e quantificata eliminazione graduale della produzione e dell’uso dei combustibili fossili” e prevedeva un registro internazionale per danni e perdite climatiche. Entrambi i punti sono caduti durante i negoziati. Il testo finale sostituisce quei passaggi con un più generico invito alla transizione energetica.

L’inviata di Vanuatu Lee-Ann Sackett, che ha condotto i negoziati, ha spiegato che l’obiettivo era mantenere il testo “significativo e unificante”: “Laddove le delegazioni hanno chiesto rassicurazioni, le abbiamo fornite in modo esplicito. Laddove le delegazioni hanno chiesto moderazione, abbiamo previsto delle misure di salvaguardia”. Nel linguaggio diplomatico ONU, collegare formalmente la responsabilità climatica al diritto internazionale resta comunque un passaggio rilevante, anche in una versione attenuata.

La posta in gioco

Per i piccoli Stati insulari la risoluzione vale molto più del testo scritto. Tania Romualdo, rappresentante di Capo Verde per l’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari (AOSIS), ha detto senza giri di parole: “Si tratta dell’affermazione e della protezione dei nostri territori, della nostra sovranità e dei diritti fondamentali delle nostre popolazioni. Non si tratta di compromessi facili, ma riflettono la realtà del negoziato”.

L’intervento della CIG introduce la possibilità che la crisi climatica venga misurata anche attraverso le responsabilità legali. Chi paga per i danni? Quali obblighi hanno i grandi emettitori? La risoluzione non risponde, ma sposta il perimetro del dibattito.

Il voto del 20 maggio riguarda anche la tenuta del sistema multilaterale in un momento difficile per le istituzioni internazionali. E solleva una domanda che la diplomazia ha rinviato a lungo: cosa succede quando gli impegni mancati iniziano ad avere conseguenze giuridiche?

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