Dal 1° gennaio 2026 benzina e gasolio pagano la stessa accisa: 672,90 euro per mille litri. Dietro questo riallineamento c’è la caduta di uno dei sussidi ambientalmente dannosi più radicati del sistema fiscale italiano, il diverso trattamento tra i due carburanti. È la notizia più concreta contenuta nell’ottava edizione del Catalogo dei sussidi ambientali, il documento con cui il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica mappa ogni anno le misure economiche con un impatto sull’ambiente e le trasmette alle Camere e al Comitato interministeriale per la transizione ecologica (CITE).
Il primo tabù che cade
Il percorso era partito con il decreto legislativo 43 del marzo 2025 e prevedeva un avvicinamento graduale in cinque anni. La legge di bilancio 2026 ha invece accelerato: riduzione dell’accisa sulla benzina e aumento di quella sul gasolio, entrambe di 4,05 centesimi al litro, fino all’allineamento. Per biodiesel e HVO ottenuti da sintesi o idrotrattamento resta un’aliquota ridotta a 617,40 euro per mille litri, valida cinque anni e subordinata alle regole europee sugli aiuti di Stato.
Sul 2025 il Catalogo stima 22,4 miliardi di euro di sussidi dannosi (SAD), in calo di circa 1,3 miliardi rispetto al 2024. I tagli più rilevanti riguardano proprio il differente trattamento fiscale tra benzina e gasolio (circa 600 milioni), il fringe benefit sulle auto aziendali endotermiche concesse ai dipendenti (545 milioni) e l’IVA agevolata sulla prima casa (398 milioni).
Cresce invece in modo vistoso l’altro versante, quello dei sussidi favorevoli (SAF), che salgono a 82,5 miliardi. A gonfiare la cifra sono soprattutto i bonus edilizi: il solo “bonus condomini” passa da 8,2 a 15,3 miliardi in un anno, mentre l’IVA agevolata sulle ristrutturazioni aggiunge quasi 2,9 miliardi di mancato gettito. Restano in una zona grigia i 22,1 miliardi di sussidi incerti (SAI), misure prive di una chiara condizionalità ambientale. In tutto, l’edizione esamina 193 incentivi con effetti finanziari, per un valore aggregato di quasi 127 miliardi.
Le fonti fossili pesano ancora 20 miliardi
Nonostante la riforma delle accise, i sussidi alle fonti fossili valgono 20,6 miliardi nel 2025. L’indicatore ONU che li misura in rapporto al PIL (12.c.1) era cresciuto fino al picco del 2023 e nel 2024 è tornato a scendere. Ma l’ISTAT avverte: nel confronto decennale il dato resta tra quelli in peggioramento per il Goal 12 dell’Agenda 2030, e la frenata di un anno non basta a risolvere il problema strutturale. Anche a livello europeo il quadro è preoccupante: la Commissione stima 111 miliardi di sussidi ai combustibili fossili nell’UE nel 2023, in calo del 18% rispetto ai livelli record del 2022 ma ancora lontani dall’obiettivo di eliminazione al 2030.
I nuovi sussidi verdi
Accanto ai tagli, l’ottava edizione registra otto nuovi sussidi favorevoli. In campo energetico entrano le agevolazioni sull’accisa per biodiesel e HVO sostenibili, pensate come alternativa rinnovabile ai carburanti fossili. Nei trasporti spiccano gli incentivi al rinnovo del parco veicolare dell’autotrasporto e la quota del fringe benefit riservata alle auto aziendali totalmente elettriche. Si aggiungono un fondo per il primo insediamento dei giovani in agricoltura, sconti sulle garanzie per le imprese con certificazioni ambientali, incentivi alle fibre tessili riciclate e un contributo per l’acquisto di grandi elettrodomestici efficienti. Sul fronte dei rifiuti, la legge di bilancio ha inoltre eliminato un sussidio dannoso, escludendo dall’IVA agevolata al 10% il conferimento in discarica e l’incenerimento senza recupero efficiente di energia.
Il calendario è fitto. Il PNRR chiede una prima riduzione dei sussidi dannosi di 2 miliardi entro il 2026 e altri 3,5 miliardi entro il 2030. La riforma europea dell’IVA (direttiva 2022/542) impone di cancellare le aliquote ridotte su combustibili fossili, torba e legna da ardere entro il 1° gennaio 2030, e su pesticidi e fertilizzanti chimici entro il 2032. Sul fronte natura, entro settembre 2026 l’Italia dovrà presentare a Bruxelles il Piano nazionale di ripristino, legato alla Strategia per la biodiversità al 2030 e agli impegni del quadro globale di Kunming-Montreal, che chiede di riformare i sussidi dannosi e di proteggere almeno il 30% delle superfici terrestri e marine.
