27 Luglio 2026
/ 27.07.2026

Il ghiaccio artico invernale crolla ai minimi storici

Due anni di dati eccezionalmente bassi smentiscono le ipotesi di rallentamento: uno studio su PNAS certifica il ritorno a un declino netto e statisticamente robusto

Fino a poco tempo fa una parte della comunità scientifica guardava con cauto sollievo ai dati sul ghiaccio marino artico invernale: tra il 2016 e il 2024 il ritmo di fusione era rallentato. Un nuovo studio pubblicato su PNAS, firmato da un gruppo di ricerca dell’Università di Southampton in collaborazione con il National Oceanography Centre britannico, chiude quella parentesi: gli inverni 2025 e 2026 hanno riportato la banchisa artica su livelli record, e il declino torna a essere netto e misurabile con certezza statistica.

Un crollo senza precedenti

Tra il 2024 e il 2025 l’estensione del ghiaccio nella fase di picco stagionale, febbraio-marzo, è calata del 5,8%: la flessione annua più marcata da quando esistono le rilevazioni satellitari, cioè dal 1978. Il 2026 ha confermato la tendenza: la fase di crescita, tra novembre e gennaio, ha toccato un nuovo minimo assoluto a 11,3 milioni di km², mentre il picco invernale, pur risalendo leggermente, è rimasto il secondo valore più basso mai registrato.

Includendo questi due anni nel calcolo della tendenza a vent’anni, i ricercatori hanno osservato un ritorno netto del declino, significativo in entrambe le fasi stagionali analizzate e confermato da due diversi dataset satellitari indipendenti.

La direzione più probabile

Confrontando i dati osservati con le simulazioni del progetto CMIP6, il team ha verificato se un calo così brusco fosse compatibile con l’attuale livello di riscaldamento artico, stimato in 2,8 °C. La risposta è che l’evento del 2025 è raro ma coerente con questo scenario climatico. Le proiezioni basate su casi analoghi indicano inoltre che un rapido ritorno ai valori di inizio decennio è poco probabile: più plausibile una stabilizzazione su livelli strutturalmente più bassi, con una probabilità superiore al 75% che il declino resti statisticamente significativo almeno fino al 2030.

“Ai ritmi di riscaldamento attuali è più probabile che il ghiaccio invernale artico continui a oscillare su livelli ridotti nei prossimi anni, piuttosto che tornare rapidamente alle condizioni di inizio decennio”, ha spiegato Simon Josey, coautore dello studio. Per il primo autore, Duo Chan, il punto centrale riguarda l’interpretazione del fenomeno: ciò che sembrava una pausa era in realtà un rallentamento temporaneo all’interno di un declino di lungo periodo legato al riscaldamento globale.

Un equilibrio che riguarda anche le medie latitudini

Il ghiaccio marino invernale separa l’oceano artico relativamente caldo da un’atmosfera molto più fredda. Il suo assottigliamento lascia passare più calore e umidità verso l’alto, con potenziali conseguenze sulla formazione delle tempeste e sulla circolazione atmosferica, effetti che possono farsi sentire anche lontano dal Polo.

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