Dormire bene sta diventando sempre più difficile, e la colpa non è solo dello stress o degli schermi. Secondo un nuovo rapporto dell’organizzazione scientifica statunitense Climate Central, pubblicato il 15 luglio, tra il 2020 e il 2025 in media una persona ha perso quasi 56 ore di sonno all’anno a causa delle temperature notturne elevate: l’equivalente di sette notti intere di riposo. Di queste, poco più di sei ore – circa una notte – sono direttamente attribuibili al riscaldamento causato dalle attività umane.
Lo studio, il primo a quantificare le ore di sonno perse per effetto del cambiamento climatico, ha analizzato 1.338 grandi città in tutto il mondo. I ricercatori hanno applicato una relazione consolidata tra temperatura notturna e durata del sonno sia alle temperature realmente osservate sia a quelle che si sarebbero registrate in un mondo senza inquinamento da carbonio. La differenza tra i due scenari misura il sonno che il clima alterato ci sta togliendo.
La geografia del sonno perduto
Le perdite maggiori legate al cambiamento climatico si concentrano in Medio Oriente: nelle città di Arabia Saudita, Oman ed Emirati Arabi Uniti gli abitanti hanno perso tra le 55 e le 87 ore di sonno all’anno, di cui da 12 a 16 imputabili al riscaldamento globale – quasi due notti intere. Seguono l’India meridionale e il Sud-est asiatico, con perdite complessive tra 78 e 91 ore annue, e l’Africa occidentale, dove in città di Niger, Nigeria e Burkina Faso se ne vanno oltre 65 ore l’anno.
Negli Stati Uniti la media è di 36 ore perse all’anno, con i picchi in Arizona, California, Florida e Nevada. In Europa, secondo i dati del rapporto, le perdite più consistenti riguardano l’area mediterranea: Italia, Grecia, Spagna e sud della Francia, mentre gli abitanti di Stoccolma, Helsinki e Oslo dormono quasi indisturbati.

Raddoppiato dagli anni Settanta
Il dato più significativo riguarda la tendenza. Rispetto ai primi anni Settanta, la quota di sonno perso attribuibile al cambiamento climatico è almeno raddoppiata in 1.335 delle 1.338 città analizzate ed è almeno triplicata in 840. A livello globale si è passati da circa due ore l’anno nel periodo 1970-1975 a cinque-sei ore nel periodo 2020-2025.
Un fenomeno del genere ha effetti su più livelli. Innanzitutto il sonno è strettamente legato alla capacità del corpo di raffreddarsi, un processo che le notti calde ostacolano. Ma non tutti ne soffrono allo stesso modo: gli studi citati nel rapporto indicano che l’effetto del caldo notturno è più che doppio per gli over 65 rispetto agli adulti di mezza età, quasi triplo per chi vive nei Paesi a reddito medio-basso, e più marcato per le donne e per chi abita già in climi caldi.
L’aria condizionata può aiutare, ma nel 2021 solo il 35% circa delle famiglie nel mondo ne disponeva, e l’accesso al raffrescamento resta fortemente legato al reddito. Non solo: il caldo riduce il sonno anche dove i condizionatori sono diffusi. E poiché la ricerca alla base dell’analisi si fonda soprattutto su dati raccolti nei Paesi più ricchi, le stime per le popolazioni con meno risorse sono probabilmente al ribasso.
Una questione di salute pubblica
Le conseguenze vanno ben oltre la stanchezza. Il sonno insufficiente è associato a disturbi dell’umore, calo delle capacità cognitive e della produttività, indebolimento del sistema immunitario e maggiori rischi cardiovascolari. Gli adulti avrebbero bisogno di sette-nove ore di riposo a notte, ricordano i medici, e anche riduzioni modeste, se ripetute per un’intera stagione calda, finiscono per accumularsi. Con notti torride sempre più frequenti e intense, conclude il rapporto, la privazione di sonno va riconosciuta come un problema emergente di salute pubblica e di produttività. Un altro costo della crisi climatica che si paga a occhi aperti, nel buio delle camere da letto.
