Siamo abituati a puntare il dito contro i colossi del petrolio e della tecnologia quando si parla di fame di energia. Ma c’è un settore che consuma più elettricità di molte big tech e oil, e che raramente finisce sotto i riflettori: i produttori di gas industriali. Azoto, ossigeno, elio, idrogeno. Gas che sostengono la quotidianità – dal dentifricio alle risonanze magnetiche – ma che per essere prodotti e spediti in sicurezza divorano quantità di corrente da capogiro.
Tre nomi dominano un mercato globale da 120 miliardi di dollari: Linde, Air Liquide e Air Products. Insieme controllano circa il 70% del settore. Eppure, mentre i data center occupano titoli e capitali, queste aziende rimangono in gran parte “invisibili” al pubblico: i loro clienti sono acciaierie, raffinerie, chimica pesante, non l’utente comune.
Il cuore della loro operatività batte dentro gli impianti di separazione dell’aria, gli ASU: compressori giganteschi raffreddano l’aria fino a renderla liquida e la distillano nei suoi componenti. Un processo estremamente energivoro, che secondo analisi di gruppi civici contribuisce da solo a circa il 2% delle emissioni di CO2 in Cina e negli Stati Uniti. A questo si sommano gas di processo ad alta intensità energetica – idrogeno, monossido di carbonio, acetilene – indispensabili per chimica e saldatura.
Linde batte Google
I numeri sono eloquenti. Nel 2024 Linde ha consumato più elettricità di Google e Samsung, e ha superato anche TotalEnergies; Air Liquide e Air Products si muovono su livelli paragonabili a Shell e Microsoft. Ma mentre i brand del fossile e del digitale sono nomi familiari, i fornitori di gas industriali restano fuori dal discorso pubblico. Non per irrilevanza, bensì per la distanza dal consumatore finale.
Sul fronte climatico, la fotografia è sfumata. Le emissioni dirette e da energia acquistata (Scope 1 e 2) delle grandi aziende dei gas risultano paragonabili a quelle di alcune major petrolifere e retail. E gli obiettivi? Secondo il gruppo di campagna Action Speaks Louder, Linde ha fissato il net-zero al 2050, ma al 2028 punta solo a ridurre l’intensità di emissione (CO2 per unità di energia), lasciando aperta la possibilità che le emissioni assolute crescano insieme alla produzione. Un limite che l’azienda promette di correggere con un taglio assoluto del 35% entro il 2035 rispetto al 2021.
Air Products, sulla carta, è il più ambizioso: dal 23% di rinnovabili nel 2023 mira a superare il 90% entro il 2030. Un traguardo notevole, offuscato però da disclosure giudicate carenti: non è chiaro quanta elettricità verde arrivi da contratti diretti e quanta da certificati. L’azienda promette più dettagli nel prossimo rapporto.
Air Liquide si colloca a metà: net-zero al 2050 e un obiettivo rinnovabile al 2035; soprattutto, dichiara di aver elettrificato oltre il 90% degli ASU, riducendo consumi e migliorando l’efficienza rispetto a impianti alimentati a vapore da gas. Ma anche qui emergono lacune di trasparenza nelle controllate e un uso significativo di certificati non abbinati. L’azienda precisa che, dove i mercati lo consentono, gli acquisti diretti (PPA) possono essere “complementati” da attributi non abbinati, che nel 2024 hanno rappresentato il 18% della sua fornitura volontaria.
La pressione sale
La pressione sale. ShareAction, altro gruppo di attivismo finanziario, ha concluso in primavera che le strategie per la transizione alle rinnovabili sono “non robuste”. Con l’energia pulita in calo di prezzo e l’elettrificazione che promette efficienza, l’accusa è pesante: non solo emissioni, ma anche valore per gli azionisti lasciato sul tavolo.
La questione di fondo è industriale prima che reputazionale: come decarbonizzare un settore intrinsecamente energivoro senza minarne la funzione critica nella catena produttiva globale? Le risposte passano per contratti di lungo termine con generazione rinnovabile aggiuntiva, elettrificazione profonda dei processi, efficienza a ogni stadio, dai compressori all’ottimizzazione delle reti logistiche, e rendicontazione che distingua con rigore tra elettricità realmente verde e attribuzioni contabili. Il che vuol dire spendere soldi. Un mucchio di soldi.
