Una foresta minacciata dal disboscamento, una comunità che ha paura di esporsi e una donna che sceglie di difendere il proprio territorio anche quando la battaglia si fa impari. È questa la storia di La Reserva, il film del regista messicano Pablo Pérez Lombardini che ha vinto il Ginkgo d’Oro 2026, il premio principale di Cinema In Verde, il festival internazionale di cinema ambientale e sociale che si è chiuso domenica a Roma dopo quattro giorni di proiezioni e incontri.
Ambientato in Chiapas, il film segue le vicende di Julia, una guardaboschi impegnata nella difesa della foresta e del territorio in cui vive. La sua lotta contro un sistema corrotto porta gradualmente in primo piano un conflitto che intreccia la tutela della natura, le condizioni di una comunità e il futuro delle generazioni che verranno. Niente eroismi facili né lieti fine forzati: il ritmo è riflessivo, la fotografia in bianco e nero, i paesaggi della giungla al centro dell’inquadratura.
A premiare il film è stata la giuria presieduta dal regista e produttore Matteo Rovere, con gli attori Giulia Michelini, Andrea Arcangeli e Carlo De Ruggieri, il giornalista Alessandro Guarasci, il direttore generale della Lipu Danilo Selvaggi e la direttrice di Ied Roma Laura Negrini. Nella motivazione i giurati hanno sottolineato “un racconto di denuncia” costruito attorno a una protagonista che incarna “coraggio, responsabilità, amore per la terra”. La Reserva ha conquistato anche il premio Germogli, assegnato da una giuria di studentesse e studenti universitari. Cinema In Verde è organizzato da Sapienza Università di Roma – Polo Museale Sapienza Cultura e dall’agenzia di comunicazione green Silverback, con il sostegno di Roma Capitale.
Il film chiude un concorso di sei titoli internazionali, tutti inediti in Italia, che hanno raccontato da geografie diverse il rapporto tra crisi ambientale e vita delle persone: dalla difesa delle terre indigene all’estrazione delle risorse, dalle migrazioni al disboscamento. Alla quarta edizione, Cinema In Verde ha registrato circa 4.000 presenze, dividendosi tra il Nuovo Teatro Ateneo della Sapienza e l’Arena di Piazza Vittorio, una delle piazze più multiculturali della capitale. “È diventato un appuntamento ormai radicato in città nonché uno dei tasselli fondamentali per superare l’eco-rassegnazione”, ha detto Simonetta Lombardo di Silverback, l’agenzia che ha ideato il festival. “La cultura, il cinema e le storie possono aiutare a comprendere quanto la transizione ecologica non sia solo necessaria, ma anche desiderabile”.
Sul rapporto tra crisi climatica e città sono intervenute anche le istituzioni. “Non possiamo abituarci a dire che questa è stata l’estate più calda e, allo stesso tempo, la più fresca di quelle che verranno”, ha avvertito Sabrina Alfonsi, assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei rifiuti di Roma Capitale. “Anche le parole devono contribuire a produrre un cambiamento. Se parliamo di adattamento non dimentichiamo la mitigazione: dobbiamo continuare a lavorare per azzerare le emissioni. Le città sono in prima linea, anche perché il 70% della popolazione mondiale è destinato a vivere nelle aree urbane. Stiamo intervenendo sulla mobilità sostenibile, riforestando e realizzando infrastrutture per l’acqua. Ma tutto questo ha un costo e un’urgenza: il governo non lasci sole le città ad affrontare questa crisi climatica”.
“Molte decisioni dipendono dagli organismi internazionali, dagli Stati e dall’Unione Europea, ma anche le città possono fare la loro parte. Qui non c’è solo un’emergenza climatica: c’è un disastro ambientale strutturale, che richiede risposte strutturate. Cinema In Verde va in questa direzione, costruendo un racconto che tiene insieme ambiente, società e diritti. La giustizia ambientale, infatti, non è separata da quella sociale, dai diritti umani e dai diritti civili”, ha aggiunto Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura di Roma Capitale.
La serata conclusiva ha lasciato spazio anche a LAND, il progetto che ha portato sullo schermo sette cortometraggi realizzati da dodici giovani cineasti palestinesi della Cisgiordania e di Gaza. A presentarli sono stati due dei registi, Duaa Abu Snaineh e Hazem Madi, che hanno raccontato il significato di continuare a usare il cinema per dare voce ai propri territori. Storie lontane geograficamente ma unite dalle stesse domande, le stesse che hanno attraversato l’intero festival: chi decide del futuro di un territorio, chi ne paga le conseguenze e quali strumenti restano alle comunità per difenderlo.
