21 Maggio 2026
/ 21.05.2026

All’Onu il diritto internazionale batte un colpo

Con 141 voti a favore e 8 contro passa la risoluzione che ribadisce l’obbligo per tutti i Paesi di affrontare la crisi climatica. Trump sempre più isolato

Eppur si muove. Vilipeso dal governo israeliano, irriso dall’arroganza delle autocrazie che guadagnano terreno, il diritto internazionale batte un colpo. E lo fa sulla questione che più di ogni altra sottolinea l’interesse comune a tutta la nostra specie: far restare abitabile il Pianeta. Le Nazioni Unite hanno votato a larghissima maggioranza (141 voti a favore, 8 contro, 28 astenuti) una risoluzione che ribadisce l’obbligo per tutti i Paesi di affrontare la crisi climatica.

La questione è molto concreta ed è stata posta da chi si trova con l’acqua alle caviglie, nessun luogo su cui arrampicarsi, il mare che sale spinto dalle ciminiere delle centrali a carbone, dai tubi di scappamento delle auto difese dai governi che frenano il Green Deal, dai gas serra degli allevamenti intensivi sostenuti da incentivi pubblici.

Tutto nasce infatti dalla richiesta di un piccolo arcipelago dell’Oceania (Vanuatu) e dal parere di una grande istituzione giuridica (la Corte internazionale di giustizia dell’Aia). I 350 mila abitanti di queste isole vedono le loro case direttamente minacciate dall’erosione costiera, le falde idriche inquinate dalla risalita salina, cicloni sempre più violenti che flagellano l’arcipelago.

Tutto ciò non per un disastro naturale, ma per una precisa scelta finanziaria globale: rallentare la transizione energetica per lasciare ancora anni di straordinari profitti alle multinazionali dei fossili. Che ricavano questi profitti perché non applicano il principio “chi inquina paga“: trattengono gli utili e lasciano ad altri i debiti. In questa situazione – ha chiesto il governo di Vanuatu – è legittimo procrastinare gli obiettivi di difesa climatica? È legittimo permettere che gli impianti fossili concentrino enormi guadagni immediati in alcune regioni del mondo scaricando i costi su altri?

E la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha risposto. Nel luglio del 2025 ha stabilito che tutti i Paesi hanno obblighi vincolanti di mitigazione e adattamento climatico, sia in virtù del diritto climatico in senso stretto. come l’Accordo di Parigi. che del diritto internazionale più generale. La Corte ha affermato che gli Stati che violano i propri obblighi climatici commettono un atto illegale e ha aperto la strada a risarcimenti per i Paesi colpiti. Un punto decisivo del parere riguarda i diritti umani: ostacolare o frenare la lotta ai cambiamenti climatici, secondo l’alta corte Onu, costituisce una violazione transfrontaliera dei diritti umani, per la quale i Paesi potrebbero essere chiamati a rispondere davanti a un tribunale.

Tecnicamente il parere non è giuridicamente vincolante. Ma fa giurisprudenza. E questo è tutt’altro che secondario: le cause climatiche contro governi e aziende inquinanti si stanno già moltiplicando in tutto il mondo. A questo punto Vanuatu e i suoi alleati hanno deciso di non fermarsi alla vittoria giuridica. Hanno portato il parere della Corte all’Assemblea generale dell’Onu, chiedendo un voto politico.

Ora questo voto è arrivato. Segnando un altro passo dell’isolamento crescente di Trump. È istruttivo scorrere l’elenco dei pochissimi no. Tra i Paesi che hanno votato contro le politiche di difesa dell’umanità, troviamo – oltre agli Stati Uniti che guidano lo schieramento – Israele, Arabia Saudita, Russia, Iran, Yemen, Liberia e Bielorussia. Una lista che dice molto.

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