Quando le motovedette israeliane hanno circondato e bloccato in acque internazionali la Global Sumud Flotilla, l’obiettivo non era solo fermare un carico di aiuti, ma lanciare un messaggio di assoluta impunità. L’apertura di un fascicolo della Procura di Roma con accuse pesantissime, che vanno dal sequestro di persona alla tortura, dimostra che la gestione dei 428 fermati ha superato i confini della legalità internazionale. Davanti a questo scenario, le istituzioni italiane hanno dovuto reagire con una durezza mai vista prima: il presidente Sergio Mattarella ha bollato come “infimo” il livello toccato dal ministro della Sicurezza israeliano per il trattamento incivile inflitto ai volontari, mentre la premier Giorgia Meloni ha parlato di una linea rossa ormai oltrepassata, disponendo l’immediata convocazione dell’ambasciatore di Tel Aviv.
La propaganda della forza
Le immagini diffuse dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir hanno prodotto uno shock politico difficile da contenere. Attivisti inginocchiati, mani legate, teste abbassate a forza, mentre il ministro passeggia sorridendo tra i fermati come dentro una scenografia elettorale, deridendoli e insultandoli. Le cronache raccontano di 428 attivisti bloccati dopo l’abbordaggio delle navi della Global Sumud Flotilla in acque internazionali e trasferiti nel porto di Ashdod. L’associazione di avvocati per i diritti umani Adalah, che ha avuto accesso al porto di Ashdod, ha definito il comportamento “una politica criminale di abuso e umiliazione”. Secondo l’associazione le forze israeliane hanno inflitto agli attivisti violenze fisiche – taser, proiettili di gomma, sospette fratture alle costole – e molestie sessuali; almeno tre persone sono state ricoverate in ospedale.
La procura di Roma ha aperto un fascicolo per tortura, sequestro, danneggiamento e rapina. Secondo le denunce raccolte dai magistrati, le imbarcazioni sarebbero state intercettate “in acque internazionali”, nella zona SAR in cui l’Egitto ha il compito di coordinare i soccorsi, senza ostilità da parte degli equipaggi.
Il nodo politico è qui: Israele non si limita più a forzare i limiti del diritto internazionale. Lo fa apertamente, trasformando l’eccezione in messaggio politico.
Le parole dell’Europa
La reazione diplomatica, questa volta, è stata più netta del solito. Francia, Belgio, Olanda, Canada e Italia hanno convocato gli ambasciatori israeliani. L’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha definito “degradante e inaccettabile” il trattamento degli attivisti, aggiungendo che la condotta di Ben-Gvir è “indegna di chiunque ricopra una carica pubblica in una democrazia”.
Le opposizioni italiane, come Nicola Fratoianni, chiedono però “qualcosa di concreto”. Riccardo Ricciardi, capogruppo a Montecitorio del Movimento 5 Stelle, parla di sanzioni e della necessità di interrompere gli accordi commerciali con Israele.
L’impunità come sistema
Da mesi il governo Netanyahu agisce all’interno di un quadro di sostanziale impunità internazionale. E ciò che è avvenuto lede il principio stesso della legalità internazionale. Se un governo può abbordare navi in acque internazionali, detenere attivisti stranieri, umiliare pubblicamente cittadini stranieri e membri del Parlamento di altri Paesi e poi cavarsela con qualche nota diplomatica, allora il diritto scompare.
La sensazione, oggi, è che qualcosa stia finalmente cominciando a cambiare anche nelle cancellerie occidentali. Le prese di distanza da Ben-Gvir, perfino dentro Israele, lo dimostrano. Ma le parole di dimenticano presto, i fatti restano. E quello che è accaduto richiede una risposta concreta, un cambiamento sostanziale delle relazioni con uno Stato che si fa beffe del diritto.
