23 Giugno 2026
/ 23.06.2026

Il governo Meloni a caccia di guai

Il disegno di legge 1552, ribattezzato "Sparatutto", arriva al Senato tra rinvii, appelli trasversali e spaccature nella maggioranza. Contro la riforma si schierano associazioni scientifiche, ambientaliste e anche voci interne al centrodestra

Non bastava l’idillio stroncato da Trump, con potenziali ricadute sul nostro export. Sul governo Meloni rischia di piovere un’altra grana che avrebbe potuto evitare con facilità: lo scontro sulla caccia. Il fronte venatorio oltranzista è riuscito a convincere il governo ad aderire a un progetto spericolato, alla Trump: forzare i vincoli europei, ridurre il ruolo della scienza nel definire i perimetri della caccia, dare la patente di difensore della natura a chi imbraccia una doppietta. Un azzardo che sfida tutti i sondaggi sull’opinione degli italiani in materia e sembra trovare una strada in salita in Parlamento.

Nelle settimane scorse il voto al Senato sul disegno di legge 1552 sulla riforma venatoria è slittato due volte per mancanza del numero legale. Un segnale non secondario: anche tra i banchi della maggioranza l’entusiasmo per quella che i critici hanno ribattezzato la legge “Sparatutto” appare tutt’altro che compatto.

Il provvedimento, a prima firma del senatore Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Madama, e sostenuto dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, si propone di silurare la legge 157 del 1992 sulla protezione della fauna selvatica e sul prelievo venatorio. La norma è considerata vecchia e,soprattutto, colpevole di ignorare il ruolo dei cacciatori come “bioregolatori”. Uno strappo che ha spinto perfino il papa a intervenire sull’argomento definendo la caccia “una questione di rilevanza morale”.

Per le associazioni animaliste e ambientaliste – Enpa, WWF, Lipu, Legambiente, LAV, tra le altre – il testo è una liberalizzazione senza precedenti, che amplia le specie cacciabili, estende i calendari venatori fino a comprendere le fasi di migrazione e nidificazione, autorizza la caccia nelle aree demaniali come spiagge e foreste, permette l’uso di visori ottici notturni e smantella il ruolo dell’Ispra nella definizione delle regole. Un insieme di misure che, nelle parole della presidente dell’Enpa Annamaria Procacci, equivale a “una dichiarazione di guerra alla natura e agli animali”.

Il quadro è aggravato dal contenzioso europeo già in corso. La Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia nel febbraio 2024 per il mancato rispetto delle direttive Uccelli e Habitat, e alcuni articoli del ddl 1552 rischiano di aggravare ulteriormente la posizione italiana.

Persino all’interno del governo non mancano le voci di preoccupazione: funzionari del ministero dell’Ambiente hanno riconosciuto in un convegno parlamentare che alcune disposizioni del testo sono in contrasto con la direttiva Uccelli. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, pur difendendo il provvedimento, ha lasciato aperta la porta a ulteriori modifiche “per garantire la compatibilità con gli obblighi internazionali”.

Sul fronte scientifico, dieci società scientifiche nazionali hanno firmato una lettera indirizzata alle più alte cariche dello Stato, denunciando non solo i rischi per la biodiversità – con il 28% delle specie di vertebrati italiani a rischio estinzione – ma anche la progressiva marginalizzazione del sapere scientifico dai processi decisionali in materia ambientale. Una preoccupazione che si intreccia con il dato politico: secondo un sondaggio Swg per Lipu, il 70% degli italiani è contrario alla riforma.

L’appello trasversale delle parlamentari

E oggi un gruppo di parlamentari provenienti da forze politiche diverse ha rivolto un appello diretto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiedendo il ritiro del ddl 1552. Il documento, che conta 25 firme tra cui Stefania Ascari, Susanna Camusso, Eleonora Evi, Cecilia Strada e Debora Serracchiani, sottolinea come il provvedimento sia stato duramente criticato dalla Commissione europea e dal Consiglio d’Europa.

Le firmatarie chiedono alla premier di “ascoltare il mondo scientifico che denuncia un arretramento di trent’anni”, ricordando che la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato e che il ddl minerebbe l’articolo 9 della Costituzione che tutela l’ambiente e la biodiversità. L’appello è firmato anche da Rita Dalla Chiesa, esponente di Forza Italia: un dettaglio che segnala come il dissenso non sia limitato ai soli partiti di opposizione.

Sul fronte del Partito democratico, un ruolo di rilievo lo ha avuto anche Michele Fina, senatore abruzzese e tesoriere nazionale del Pd. Il WWF Abruzzo gli ha scritto direttamenteper chiedere un voto contrario al provvedimento. Fina ha risposto confermando la propria opposizione al ddl.

Le crepe nella maggioranza

La compattezza della maggioranza sul ddl Caccia è dunque a rischio. Il voto, previsto inizialmente il 17 giugno, è stato rinviato al 18 e poi ancora al 23 giugno perché in aula non si raggiungeva il numero legale: i banchi del centrodestra erano troppo vuoti. Una coincidenza che i critici leggono come un segnale di imbarazzo interno.

Le voci dissenzienti più esplicite vengono da Michela Vittoria Brambilla, deputata di Noi Moderati e presidente dell’intergruppo parlamentare per i diritti degli animali, che ha ribadito la propria opposizione a qualsiasi ampliamento dell’attività venatoria e ha indicato nel referendum uno strumento percorribile per arrivare all’abolizione della caccia. Ancora più netta è la posizione della senatrice Michaela Biancofiore, che ha scelto di non partecipare ai lavori d’aula sul provvedimento, spiegando che per lei si tratta di una questione di coscienza: “Sono contro la caccia senza se e senza ma”.

Un contributo inatteso al dibattito è arrivato da Vittorio Feltri, che sul Giornale ha scritto che questa non è la Meloni che conosce, quella che “parla di nazione e di radici, di un popolo che si riconosce nelle cose belle”. Il giornalista ha definito la caccia senza necessità alimentare “sopraffazione, e per giunta la più vile, perché si esercita su chi non può rispondere”.

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