25 Giugno 2026
/ 24.06.2026

Il robot con la carta d’identità

Milioni di macchine umanoidi stanno per entrare negli uffici, nelle strade, nelle case. Nessuna ha un documento. Un’azienda italiana di Padova ha deciso di porvi rimedio, e di farlo prima di tutti al mondo

Immaginate un robot umanoide che si blocca in mezzo a una strada. È fermo sul marciapiede, non risponde ai comandi, ha appena urtato qualcosa. Chi si avvicina si trova davanti a una macchina antropomorfa di cui non sa nulla: a chi appartiene, chi ne ha la responsabilità legale, chi bisogna chiamare per spegnerla o rimuoverla. Non c’è una targa. Non c’è un numero seriale visibile. Non c’è nessun documento.

Questo scenario non è fantascienza: è il futuro immediato. Nel solo 2025 sono stati prodotti e consegnati nel mondo oltre 18.000 robot umanoidi, con una crescita del 508% rispetto all’anno precedente. Le previsioni di IDC indicano che entro il 2030 questi numeri esploderanno, con gli umanoidi destinati a entrare in stabilimenti, magazzini, ospedali, uffici, ambienti domestici. E nessuno, fino a qualche settimana fa, aveva ancora risolto un problema banale quanto urgente: come si identifica un robot?

Una carta d’identità per la macchina

La risposta è arrivata da Padova. EZ Lab, azienda fondata nel 2014 specializzata in soluzioni digitali per la tracciabilità di filiera, ha sviluppato il DRP (Robot Digital Passport) che si candida a diventare il primo sistema al mondo di identificazione digitale completa per robot umanoidi. Non un prototipo di laboratorio: uno strumento già presentato a New York e a VivaTech Parigi, la principale fiera europea del settore tecnologico.

Il funzionamento è semplice nel concetto, complesso nell’architettura. A ogni robot umanoide viene associata un’identità digitale consultabile con un clic: proprietario, storia meccanica, stato operativo corrente, contatti di assistenza. Se il robot si blocca, ha un comportamento anomalo, è coinvolto in un incidente, chiunque può accedere in pochi secondi alle informazioni necessarie per sapere cosa fare e a chi rivolgersi. Come una targa, come un codice fiscale, come un fascicolo sanitario.

Il vuoto normativo che nessuno ha ancora riempito

La cosa più sorprendente del DRP non è la tecnologia in sé. È il fatto che sia necessario. Nel 2026, mentre i robot cominciano a comparire nei corridoi degli aeroporti e nei magazzini della logistica, non esiste ancora nessuno standard obbligatorio che imponga di identificarli, di registrarne il proprietario, di definire chi risponde legalmente in caso di incidente. L’Europa ha legiferato sui dati, sulla privacy, sull’intelligenza artificiale. Ma sui robot fisici che si muovono tra le persone, sulla responsabilità civile e operativa di chi li possiede, il vuoto normativo è ancora largo.

EZ Lab ha scelto di non aspettare che arrivasse la legge. Ha costruito uno strumento che anticipa quella che è con ogni probabilità una regolamentazione inevitabile, e lo ha fatto partendo da una competenza già consolidata: il Digital Product Passport, il sistema di tracciabilità che l’Unione Europea sta rendendo obbligatorio per intere categorie di prodotti – tessili, batterie, materiali da costruzione, arredamento – nell’ambito del regolamento ESPR (Ecodesign for Sustainable Products Regulation) sull’ecodesign, entrato in vigore nel luglio 2024.

La piattaforma DPP Studio, che sta alla base del passaporto digitale dei robot, è già usata da aziende di fashion, cosmetica, calzature e produzione industriale per creare e gestire l’identità digitale dei loro prodotti. Il salto verso gli umanoidi non è un cambio di mestiere: è un’estensione logica della stessa idea, applicata a oggetti che però si muovono, interagiscono, e possono fare danni.

Blockchain, AI e l’anamnesi meccanica

Sotto il cofano del DRP ci sono blockchain e intelligenza artificiale. La blockchain garantisce l’immutabilità e la verificabilità dei dati: una volta registrata, l’identità del robot non può essere alterata o falsificata. L’AI gestisce invece la parte dinamica: lo stato operativo aggiornato in tempo reale, la compliance con le normative vigenti, i suggerimenti automatici su manutenzione e interventi necessari.

Il termine che EZ Lab usa per descrivere la storia tecnica del robot è rivelatore: “anamnesi meccanica”. È la stessa parola che si usa in medicina per il percorso clinico di un paziente. Non è una scelta casuale: segnala l’ambizione di costruire uno strumento che non si limiti a registrare un numero di serie, ma tenga traccia di tutta la vita operativa della macchina: guasti, riparazioni, aggiornamenti software, eventuali malfunzionamenti. Un fascicolo, appunto, non un’etichetta.

Primato italiano

C’è qualcosa di insolito in questa storia, per chi è abituato a leggere di innovazione tecnologica: il primato mondiale questa volta è italiano: l’idea viene dal Nordest manifatturiero, non da una startup della Silicon Valley o da un laboratorio di Seoul. EZ Lab è un’azienda che ha costruito la sua competenza sulla tracciabilità di filiera per i settori tradizionali del made in Italy – moda, food, arredo – e ha poi applicato quella stessa logica a un problema completamente nuovo.

È un percorso che racconta qualcosa di più ampio: l’obbligo europeo di dotare i prodotti di un’identità digitale – il regolamento ESPR – sta creando un ecosistema di competenze che può essere riapplicato in direzioni impreviste. Chi ha imparato a costruire il passaporto digitale di una scarpa o di un divano ha già in mano gli strumenti per costruire quello di un robot. Il salto non è tecnologico: è concettuale.

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