La cella frigorifera del Museo Archeologico di Bolzano è a −6 °C. Eppure sulla pelle di Ötzi qualcosa cresce. Lo certifica uno studio pubblicato a giugno 2026 sulla rivista scientifica Microbiome dai ricercatori dell’Istituto per lo Studio delle Mummie di Eurac Research. La mummia più famosa d’Europa, l’uomo vissuto tra il 3300 e il 3100 avanti Cristo, ritrovato nel 1991 sui ghiacci della Val Senales, non è un reperto inerte. Sul suo corpo convivono batteri risalenti all’Età del Rame e microrganismi moderni che, nonostante il freddo estremo, mostrano segni di attività biologica.
Dentro e fuori
I ricercatori hanno analizzato decine di campioni: il ghiaccio che riveste esternamente il corpo, l’acqua presente all’interno della mummia, tamponi prelevati in dodici punti diversi della superficie cutanea, frammenti di tessuto muscolare. Per confronto, hanno usato anche il suolo raccolto sul Giogo di Tisa nel 1991, al momento del ritrovamento.

Quello che emerge è una separazione tra interno ed esterno. Nell’intestino e nel colon di Ötzi sopravvivono ancora batteri che erano lì cinquemila anni fa, quando l’uomo era vivo. Il loro DNA porta i segni del tempo, chimicamente alterato nel modo tipico del materiale molto antico, e non assomiglia al microbioma intestinale degli esseri umani di oggi. È una finestra diretta sull’ecosistema batterico dell’Età del Rame.Sulla pelle, invece, la situazione è molto diversa.
Lieviti attivi
Sulla superficie del corpo i ricercatori hanno trovato e coltivato in laboratorio quattro specie di lieviti adattati al freddo estremo: Glaciozyma watsonii, Mrakia robertii, Phenoliferia glacialis e una specie di Gofeauzyma. Sono organismi normalmente associati ad ambienti glaciali come l’Artico e l’Antartide. La loro presenza su Ötzi non stupisce: provengono quasi certamente dal ghiacciaio in cui il corpo è rimasto per millenni.
Quello che stupisce è che siano ancora attivi. Confrontando campioni di pelle prelevati nel 2010 e nel 2019, i ricercatori hanno visto che uno di questi lieviti, Glaciozyma, è diventato sempre più abbondante nel tempo, passando dall’85% al 98% della comunità fungina cutanea. Il suo DNA nel campione più recente è integro, non degradato: segno che le cellule si stanno riproducendo, non che stiano morendo.
Il fenolo che ha fatto da selezione naturale
C’è una storia nella storia. Subito dopo il ritrovamento, nel 1991, il corpo fu trattato con una soluzione a base di fenolo per bloccare la crescita di funghi. Una scelta comprensibile nell’emergenza, ma con conseguenze impreviste: i lieviti oggi dominanti sulla pelle di Ötzi sono esattamente quelli capaci di degradare il fenolo, usandolo come nutrimento. Il disinfettante ha eliminato i microrganismi sensibili e favorito quelli resistenti. Che sono rimasti. Qualcosa di simile è successo con l’acqua sterile nebulizzata periodicamente sul corpo per mantenere l’umidità. Quest’acqua ha introdotto batteri resistenti ai normali trattamenti di sterilizzazione, che dopo il 2010 si sono diffusi sull’intera superficie esterna della mummia.
Il rischio per i tessuti
Alcuni dei batteri identificati portano geni per produrre enzimi capaci di degradare il collagene, la proteina che costituisce la struttura della pelle e dei tessuti connettivi. I lieviti psicorofili trovati sulla superficie hanno a loro volta la dotazione genetica per attaccare grassi e proteine. Lo studio non dice che Ötzi si stia decomponendo. Dice che i microrganismi presenti hanno gli strumenti per farlo, e che a −6 °C il confine tra dormienza e attività è più sottile di quanto si pensasse.
La proposta dei ricercatori è un monitoraggio genomico regolare: analisi periodiche della comunità microbica, con campioni prelevati dall’acqua di fusione durante le normali operazioni di manutenzione, senza toccare i tessuti. “La conservazione”, scrivono gli autori, “deve andare oltre la preservazione statica verso una sorveglianza proattiva”.
