30 Luglio 2026
/ 29.07.2026

“Rinnovabile”? Se bruciare legno conta come energia pulita

Quando la comunicazione pubblica sul Green Deal evoca la crescita delle fonti rinnovabili, il riferimento implicito è pannelli e pale, ma la categoria più grande è bruciare biomassa. E il punto controverso è la scala temporale

Nel 2023, la metà di tutta l’energia classificata come “rinnovabile” nell’Unione europea proveniva dalla combustione di biomassa: pellet di legno, cippato, residui agricoli, rifiuti organici. Il dato viene dall’Agenzia europea per l’ambiente, che registra biomassa solida, liquida e gassosa come la categoria più grande nel consumo rinnovabile UE dal 2021. Nel 2024, la quota è rimasta “quasi la metà”. L’altra metà è composta da eolico (18%), idroelettrico (12%), fotovoltaico (11%), pompe di calore (8%) e biocarburanti liquidi (7%). Quando la comunicazione pubblica sul Green Deal evoca la crescita delle fonti rinnovabili, il riferimento implicito è pannelli e pale. La categoria più grande è bruciare biomassa.

La Direttiva sulle Energie Rinnovabili (RED III, 2023) classifica la biomassa come fonte rinnovabile con emissioni di CO₂ pari a zero al punto di consumo. La logica è che il carbonio emesso dalla combustione è stato precedentemente assorbito dalla pianta durante la crescita, e sarà riassorbito da nuova vegetazione nel ciclo successivo. Il carbonio non è “nuovo”: circola nel sistema biogeno. In contabilità energetica europea, bruciare un pellet di legno non emette CO₂ nel bilancio del settore energetico. Bruciare metano sì.

Il problema è la scala temporale. Un albero abbattuto e bruciato rilascia oggi tutto il carbonio accumulato in decenni o secoli di crescita. La nuova vegetazione riassorbirà quel carbonio in un arco di tempo che va da decenni, per foreste di conifere a ciclo corto, a secoli, per foreste di latifoglie o foreste boreali. La CO₂ è in atmosfera durante l’intero periodo intermedio. Per un obiettivo climatico con scadenza al 2030 o al 2050, l’assunzione di “ciclo chiuso” regge solo se il ciclo si chiude entro quella finestra. Per la maggioranza delle specie forestali europee, non si chiude.

L’analogia è con un conto corrente. Una spesa fatta oggi è coperta da un deposito previsto tra trent’anni. In contabilità potresti registrare il deposito futuro come copertura presente. Il saldo del 2055 sarà in pareggio. Il saldo del 2035 è in rosso.

L’Agenzia europea per l’ambiente segnala che ““”l’aumento della domanda primaria di biomassa forestale, anche per l’approvvigionamento energetico, rappresenta un fattore per la diminuzione dei pozzi di carbonio forestali europei”””. La RED III ha rafforzato i criteri di sostenibilità: esclude le foreste primarie, richiede certificazione e abbassa la soglia di applicabilità dei criteri da 20 MW a 7,5 MW di potenza termica installata. Per gli impianti che entrano in funzione dal 1° gennaio 2026, il risparmio minimo di gas serra rispetto al combustibile fossile di riferimento è dell’80%; per quelli entrati in funzione tra il 2021 e il 2025, il 70%. L’Italia, tra i principali utilizzatori europei di biomassa solida per il riscaldamento residenziale, rientra nel perimetro di applicazione di questi criteri.

Il settore della bioenergia contesta questa lettura. Le associazioni di categoria sostengono che la biomassa da foreste gestite in modo sostenibile, dove il volume di legno in piedi non diminuisce nel tempo, soddisfa il principio di rinnovabilità in modo effettivo. La distinzione tra residui forestali (rami, cime, materiale che rimarrebbe a terra) e tronchi interi è rilevante: i residui hanno un debito di carbonio molto più breve. La RED III ha tentato di tracciare questa distinzione con i criteri di sostenibilità. Se siano abbastanza stringenti da garantire la chiusura del ciclo nel periodo climatico rilevante è una questione che la letteratura scientifica non ha risolto in modo unanime.

Questa rubrica esplora le parole del clima il cui significato tecnico diverge dalla percezione comune. “Rinnovabile” ha un significato tecnico consolidato: una fonte che si rigenera su scala umana. La biomassa lo soddisfa in linea di principio. Ma in contabilità energetica, la classificazione “rinnovabile a zero emissioni” applica un’assunzione temporale che può non coincidere con la finestra degli obiettivi climatici. Un pannello solare produce elettricità senza emissioni nel momento stesso in cui funziona. Un impianto a biomassa produce CO₂ ora, con un credito futuro la cui scadenza dipende dalla velocità di ricrescita della foresta di provenienza.

La prossima volta che leggete che l’UE ha aumentato la quota di rinnovabili, la domanda da farsi è una: quanta parte di quella quota viene da vento e sole, e quanta dalla combustione di biomassa? La risposta non cambia l’obiettivo. Cambia il modo in cui si conta il progresso verso di esso.

CONDIVIDI

Continua a leggere