Ogni anno, solo nell’Unione Europea, vengono scartati cinque milioni di tonnellate di tessuti e abbigliamento. Tradotto in cifre individuali, significa circa dodici chili a testa. Di tutto questo, appena l’1% viene riciclato in nuovi prodotti. Il resto finisce in discarica o viene incenerito, spesso dopo una vita utile di pochi mesi, a volte di poche settimane. Sono numeri che dovrebbero pesare sul carrello della spesa, eppure non sempre è così.
A fotografare questo paradosso è uno studio condotto da Legambiente nell’ambito del progetto VERDEinMED, iniziativa co-finanziata con quasi tre milioni di euro dal programma Interreg Euro-MED. L’indagine ha coinvolto centinaia di partecipanti in Italia, Spagna e Grecia, e i risultati tracciano un ritratto complesso di consumatori che, almeno a parole, vorrebbero fare di meglio.
Il divario tra intenzione e azione
Nel 42,4% delle interviste, i partecipanti dichiarano di prestare poca o nessuna attenzione alla sostenibilità durante l’acquisto di prodotti tessili. Eppure, la maggior parte di queste stesse persone si dice favorevole all’acquisto di fibre sostenibili e disposta a cambiare le proprie abitudini per proteggere l’ambiente. Come si conciliano le due cose? La risposta, probabilmente, è che non si conciliano: ed è proprio in questo scarto che risiede il problema centrale.
È come se esistessero due consumatori dentro la stessa persona: quello che risponde ai sondaggi – riflessivo, attento, ecologicamente consapevole – e quello che entra in un negozio e compra l’ennesima t-shirt a cinque euro senza chiedersi da dove viene. Il problema non è l’ipocrisia, o almeno non solo: è che il sistema del fast fashion è costruito per trasformare l’acquisto in un gesto automatico, quasi pavloviano.
Le etichette che nessuno legge
Un altro dato colpisce: il 69% degli intervistati dichiara di leggere le etichette. Una percentuale apparentemente incoraggiante, che tuttavia crolla drasticamente tra i più giovani. E qui si apre un problema generazionale che merita attenzione, visto che proprio le generazioni più giovani sono le consumatrici più attive del fast fashion. Il 34,6% del campione, inoltre, ritiene che le informazioni riportate sulle etichette siano spesso incomplete o poco trasparenti.
I consumatori chiedono dati chiari: l’origine delle materie prime, i processi produttivi, le condizioni di lavoro. Richieste più che legittime, considerato che i dati Eurostat indicano come oltre il 30% delle importazioni di tessile e abbigliamento extra-UE provenga dalla Cina, seguita da Bangladesh, Turchia, India e Cambogia. Eppure circa un quarto degli intervistati (il 25,4%) non ha alcuna idea della provenienza dei propri vestiti. Una quota significativa del campione, tra l’altro, è composta da under 18: circa il 50%.
Il nodo dei rifiuti
C’è poi la questione del fine vita dei capi. Il 41,1% dei partecipanti dichiara di non sapere come vengano gestiti i rifiuti tessili nella propria città o regione. Un’incertezza che riflette una governance frammentata e una comunicazione istituzionale ancora insufficiente. Sapere dove portare un vecchio maglione, come differenziare un capo sintetico da uno in cotone biologico, cosa succede ai vestiti depositati nei cassonetti: queste informazioni di base mancano a troppe persone.
Eppure parliamo di numeri importanti. Nell’Unione Europea, l’industria della moda si posiziona al terzo posto per consumo di acqua e suolo e al quinto per utilizzo di materie prime ed emissioni di gas serra, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente. Nel solo 2020, il consumo medio pro capite di prodotti tessili in Europa ha richiesto 9 metri cubi d’acqua, 400 metri quadrati di terreno e 391 chilogrammi di materie prime. Cifre che mettono in prospettiva ogni singolo acquisto impulsivo.
Lo studio individua due strumenti chiave per invertire la rotta. Il primo è il Passaporto Digitale del Prodotto (DPP), previsto dal Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile. Funzionerà come una sorta di carta d’identità del capo: standardizzerà i dati su tracciabilità, impatto ambientale, conformità normativa e gestione del fine vita, contrastando il greenwashing.
Il secondo è la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR): uno strumento normativo che obbliga chi produce, importa e vende prodotti tessili a farsi carico dell’intero ciclo di vita del prodotto, compresi i costi di gestione del rifiuto.
