7 Aprile 2026
/ 7.04.2026

Chi controlla il sole e il vento non vola a Riad. La sovranità energetica che l’Italia non vuole

Mentre Meloni vola nel Golfo alla disperata ricerca di gas, Macron tratta con l'Iran e Sánchez prende le distanze dalla guerra di Trump e Netanyahu

Quello che è successo nei giorni scorsi rappresenta una fotografia impietosa delle contraddizioni dell’Europa, ma anche l’indicazione di una possibile soluzione di difficoltà sempre più evidenti. Mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni organizzava la sua due giorni nel Golfo Persico — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar — alla ricerca affannosa di altro gas e petrolio dopo aver rallentato lo sviluppo delle rinnovabili in Italia, a Parigi Emmanuel Macron incassava un risultato di tutt’altro segno: attraverso un paziente lavoro diplomatico, una nave francese otteneva il via libera per superare lo stretto controllato dall’Iran. E nello stesso tempo il premier spagnolo si poteva permettere di prendere nettamente le distanze dalla guerra di Trump e di Netanyahu grazie al consolidamento dell’energia pulita che è servito a ridurre la dipendenza della Spagna dai combustibili fossili e ad abbassare le bollette.

Da una parte c’è chi ignora i rischi prodotti dal ripetersi degli shock energetici legati al petrolio e al gas, cercando ogni volta un fornitore che spesso si rivela inaffidabile come il precedente. Dall’altra chi prova a costruire un modello diplomatico a misura di continente e un sistema energetico in grado di ridurre in modo strutturale la dipendenza dall’estero.

Angelo Bonelli, co-leader di Alleanza Verdi-Sinistra, ha definito la missione di Meloni nel Golfo “un viaggio della disperazione politica”. La premier italiana è partita con l’obiettivo di garantire nuovi contratti energetici, riducendo l’esposizione dell’Italia alla volatilità dei mercati. Ma la domanda che nessuno nel governo sembra volersi porre è: perché siamo ancora qui, a trattare da una posizione di debolezza, invece di fare della transizione energetica la nostra polizza assicurativa?

L’Italia ha il sole, il vento, capacità di ricerca, un sistema imprenditoriale in grado di raggiungere gli obiettivi europei di sicurezza energetica. È un patrimonio di risorse che la collocherebbe, se sfruttato, tra i Paesi energeticamente più forti d’Europa. Invece, secondo l’ultimo report di Legambiente, oltre 1.700 autorizzazioni per impianti di energia rinnovabile risultano bloccate dall’attuale governo. Aziende pronte a investire, tecnologie disponibili, manodopera formata: tutto fermo.

Nel frattempo i dati Istat rivelano che il reddito reale delle famiglie italiane è diminuito. Quasi una persona su quattro è a rischio povertà, esclusione sociale o bassa intensità lavorativa. E le grandi compagnie energetiche, in un periodo in cui i prezzi dell’energia hanno devastato i bilanci domestici, hanno accumulato decine di miliardi di extraprofitti non tassati.

Macron e il dialogo come strumento di potenza

Il contrasto con la diplomazia francese è stridente. Il caso della nave che ha ottenuto il transito attraverso le acque iraniane non è un episodio isolato: è l’espressione di una strategia più ampia con cui Parigi cerca di mantenere canali aperti con attori regionali che Washington vorrebbe isolare o bombardare. Non è una posizione priva di ambiguità — le relazioni franco-iraniane hanno una storia complessa e controversa — ma testimonia una cosa precisa: la Francia non si limita a seguire l’agenda altrui. Costruisce la propria.

Questa capacità di dialogare con più interlocutori, compresi quelli scomodi, è esattamente il tipo di autonomia strategica che l’Unione Europea fatica a costruire come sistema collettivo, ma che alcuni Stati membri stanno coltivando individualmente. La Francia lo fa da posizioni di forza relativa: il nucleare civile la rende energeticamente più indipendente, l’industria della difesa le garantisce peso nelle trattative internazionali, la tradizione diplomatica le assicura credibilità. L’Italia non ha tutto questo, ma potrebbe costruire il suo equivalente — l’autonomia energetica da rinnovabili — se solo ne avesse la volontà politica.

Invece, mentre Macron tratta, Meloni si presenta nel Golfo in una postura che somiglia più a quella di un acquirente ansioso che a quella di un partner alla pari. Il rischio è evidente: più l’Italia si lega a lungo termine a forniture fossili del Golfo, più diventa difficile e costoso invertire la rotta. Ogni nuovo contratto di fornitura è un cappio che stringe la finestra di transizione.

Sánchez e la sovranità che viene dal vento

C’è poi il caso spagnolo, che in questo confronto assume il valore di una lezione concreta. Pedro Sánchez ha potuto permettersi, negli ultimi anni, una posizione di relativa distanza dalle pressioni della Casa Bianca e dei produttori del Golfo esattamente perché la Spagna ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili. Oggi il Paese iberico ha una quota di produzione elettrica da fonti pulite tra le più alte d’Europa, e i consumatori spagnoli beneficiano di tariffe energetiche tra le più basse del continente.

Non è solo una questione ambientale o economica. È una questione di indipendenza. Chi produce la propria energia non deve elemosinare forniture, non è ricattabile dalle crisi geopolitiche, non è costretto a volare a Riad o Doha ogni volta che il mercato del gas tossisce. Sánchez può permettersi di mantenere una certa autonomia di giudizio sulle politiche di Trump, di non allinearsi automaticamente su ogni dossier atlantico, proprio perché la Spagna ha ridotto la sua dipendenza strutturale dai combustibili fossili e quindi dai Paesi che li producono.

L’esempio spagnolo è tanto più significativo perché non viene da un Paese particolarmente ricco, né da un sistema politico particolarmente stabile. Viene da una scelta strategica fatta con continuità nel tempo, attraverso governi diversi, con investimenti pubblici e privati coordinati. Una scelta che oggi paga dividendi concreti, non solo in kilowattora ma in libertà d’azione internazionale.

L’Italia tra Trump e il Golfo: il doppio vizio di dipendenza

Il governo italiano si trova oggi schiacciato in una posizione di doppia dipendenza: dall’asse con Washington da un lato, dai produttori energetici del Medio Oriente dall’altro. Due dipendenze che si alimentano reciprocamente, perché chi non ha autonomia energetica non può permettersi di scontrarsi con nessuno dei suoi fornitori, neanche quando i loro interessi divergono da quelli nazionali.

Trump nel frattempo vende più gas liquefatto americano e più armi: il mercato si riorganizza intorno alle debolezze altrui. E l’Europa rischia così di ritrovarsi a dipendere dagli Stati Uniti per la sicurezza militare e dal Golfo per l’energia, lasciando ai propri cittadini il conto finale di questa doppia subordinazione.

L’Italia in questo scenario è particolarmente esposta. Ha un mix energetico ancora pesantemente dipendente dal gas, forniture distribuite su più corridoi ma nessuno pienamente sicuro, e un governo che ha scelto di rallentare la transizione invece di accelerarla.

La ricetta possibile, e l’assenza di volontà

L’Italia potrebbe cambiare rotta in poco tempo. Basterebbe sbloccare le autorizzazioni in attesa per impianti rinnovabili. Mettere a punto un piano industriale serio per l’efficienza energetica — gli edifici italiani sono tra i più energivori d’Europa — e una politica di incentivi che punti sulla produzione distribuita, sulle comunità energetiche, sull’accumulo. Non per ragioni ideologiche legate all’ambientalismo, ma per motivi brutalmente pragmatici: ogni kilowattora prodotto in Italia è un kilowattora che non dobbiamo comprare a Doha o a Houston, un pezzo di sovranità reale che nessun trattato internazionale può toglierci.

Invece non se ne vede traccia. Il governo Meloni ha fatto dell’opposizione alle rinnovabili — attraverso ostacoli burocratici, moratorie di fatto, piani paesaggistici usati come strumenti di blocco — una delle sue politiche più coerenti. Il risultato è che l’Italia arriva alla crisi energetica del 2026 nella stessa posizione strutturale in cui si trovava nel 2022, dopo la guerra in Ucraina: vulnerabile, dipendente, costretta a inseguire soluzioni emergenziali invece di costruire alternative stabili.

Il viaggio di Meloni nel Golfo non è un errore tattico: è la conseguenza logica di scelte strategiche sbagliate accumulate negli anni. Finché l’Italia non deciderà di investire seriamente nella propria indipendenza energetica, sarà condannata a fare esattamente quello che fa oggi — volare da un emiro all’altro, mendicare contratti, sorridere a chi ha il gas che non abbiamo saputo produrre da soli.

Nel frattempo, il vento soffia. Il sole splende. E i cantieri delle rinnovabili aspettano il permesso di partire.

CONDIVIDI

Continua a leggere