Ci sono campi che producono grano, ortaggi, frutta. E poi ci sono campi che producono anche aria pulita, acqua che non inquina le falde, suolo vivo invece di terra esausta, habitat per insetti, uccelli, mammiferi selvatici. Il problema è che a chi coltiva il secondo tipo di campo il mercato non riconosce nulla.
È questa la distorsione che NaturaSì ha messo al centro della sua campagna 2026, intitolata “Il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della Terra“. E per spiegarla al grande pubblico ha scelto un palcoscenico tutt’altro che convenzionale: l’AgriFestival ospitato, nella festa del 25 aprile, nei campi dell’azienda agricola biodinamica Agrilatina, accanto al Parco Nazionale del Circeo.
Quarant’anni di biodinamica sulle rive del Circeo
Agrilatina è un’azienda che ha cominciato più di 40 anni fa il percorso dell’agricoltura biodinamica, aggiornando continuamente il metodo grazie al contributo di ricercatori e agricoltori. Una storia lunga, radicata, che si legge direttamente nel territorio: il 15% della superficie aziendale è destinato ad aree naturali come siepi, boschetti, prati, laghi, e i pesticidi prodotti dalla chimica di sintesi sono banditi.
I numeri dell’azienda raccontano una biodiversità concreta: tredici varietà di grano custodite — sei di grano duro, sette di grano tenero — e numerose varietà di frutta antica del territorio pontino. Ma il dato che forse colpisce di più è che nel territorio del parco del Circeo c’è anche il lupo, un indicatore di primo livello della salute di un ecosistema perché la sua presenza segnala che la catena alimentare funziona, che c’è spazio, che la pressione umana non ha distrutto l’equilibrio della natura. Trovarlo a pochi chilometri da un’azienda agricola attiva dice qualcosa sul tipo di agricoltura che si pratica da queste parti.
“L’agricoltura biologica, se praticata con cura e rispetto, non si limita a produrre cibo sano: diventa uno scrigno per la biodiversità”, racconta Pasquale Falzarano, titolare di Agrilatina. “La biodiversità aiuta l’agricoltura e l’agricoltura pulita produce biodiversità in un circolo virtuoso che si autoalimenta“.
Servizi ecosistemici: il valore invisibile nel piatto
La terra gestita in modo biologico o biodinamico smette di essere solo un campo produttivo e diventa – secondo la definizione degli economisti ambientali – un fornitore attivo di servizi ecosistemici. È un concetto che la scienza usa da decenni ma che stenta ancora a entrare nel linguaggio comune: i servizi ecosistemici sono tutti quei benefici che la natura fornisce agli esseri umani senza che nessuno li paghi direttamente. Aria pulita. Acqua non contaminata. Suolo capace di assorbire pioggia invece di generare alluvioni. Impollinatori vivi. Paesaggi che non sono deserti verdi.
Quanto vale tutto questo? In Italia, secondo uno studio pubblicato su EcologicalIndicators, gli ecosistemi nazionali generano benefici stimati in 71,3 miliardi di euro ogni anno. Sono valori reali, concreti, che però non compaiono in nessuna etichetta e non entrano in nessun prezzo di mercato. Il risultato è che chi produce in modo convenzionale – usando pesticidi di sintesi, impoverendo il suolo, eliminando le siepi per guadagnare qualche metro quadro in più – viene premiato dalla filiera con gli stessi prezzi concessi a chi custodisce il territorio pagando questa scelta di tasca propria.
Il prezzo trasparente: un terzo in più per chi custodisce il Pianeta
La proposta di NaturaSì è semplice nella forma, radicale nella sostanza: rendere visibile quello che normalmente resta nascosto. La catena di distribuzione del cibo bio ha deciso di mostrare ai consumatori – direttamente – quanto del prezzo pagato in cassa vada al produttore come compenso ordinario e quanto invece rappresenti un riconoscimento esplicito per i servizi ecosistemici garantiti. In altre parole: non solo pagare di più gli agricoltori bio, ma spiegare perché.
I numeri che NaturaSì porta come esempio sono eloquenti. Per l’insalata, il costo di produzione è di 1,33 euro al chilo. NaturaSì paga al produttore 2 euro — un terzo in più rispetto al costo di produzione, come riconoscimento esplicito del lavoro di custodia del suolo e della biodiversità. Per i finocchi: costo di produzione 1,25 euro al chilo, prezzo pagato 1,80 euro. La differenza viene restituita all’agricoltore come compenso per un lavoro che il mercato convenzionale non sa vedere.
“Vogliamo rendere chiaro per il consumatore il prezzo pagato per il prodotto da quello pagato per i servizi ecosistemici, come il mantenimento della fertilità del suolo, il rispetto della biodiversità, la tutela del paesaggio”, spiega Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì. “Sono valori che è bene conoscere per capire che, acquistando un prodotto biodinamico o biologico, si investe non solo sul prodotto in sé e sulla propria salute, ma anche su quella dell’ambiente nel quale tutti viviamo. Allo stesso tempo è importante avere la consapevolezza che pagando un prezzo troppo basso, sarà qualcuno o qualcos’altro a farne le spese”.
Una festa per capire
L’AgriFestival non è una fiera commerciale. Il programma è pensato per famiglie, curiosi, bambini: chiunque voglia capire cosa succede davvero in un campo biologico, come ci si prende cura del suolo, perché la biodiversità non è un’astrazione da documentario ma qualcosa che si tocca, si vede, si assaggia. In agenda: conferenze, degustazioni, visite guidate tra i campi e i laghi dell’azienda, spettacoli, laboratori.
È un formato che NaturaSì usa per costruire un rapporto diretto tra chi produce e chi consuma: un rapporto che non passa solo dallo scontrino ma dalla conoscenza. Perché la campagna del giusto prezzo funziona solo se chi compra capisce cosa sta pagando davvero. E vedere un campo, sentire odore di terra, ascoltare un agricoltore che spiega perché ha scelto di fare le cose in modo più difficile e più lentoaiuta a capire cosa sta pagando.
