Milano prova a cambiare rotta nella gestione del proprio patrimonio: niente vendite, ma concessioni per riportare in vita venti edifici storici oggi inutilizzati. Con il piano, presentato a Palazzo Reale dall’assessore al bilancio e demanio Emmanuel Conte, la città della Madonnina punta a trasformare spazi chiusi e spesso degradati in luoghi accessibili, con funzioni collettive e criteri stringenti di sostenibilità.
Un patrimonio che attraversa la città
L’elenco comprende alcuni dei simboli più riconoscibili, come la Pusterla di Sant’Ambrogio, Porta Ticinese medievale e Palazzo Dugnani, ma anche strutture diffuse nei quartieri: ex scuole rurali, caselli, cascine e spazi pubblici abbandonati. A questi si aggiungono immobili fuori città, dalle colonie marine alle case di villeggiatura nate tra gli anni ’50 e ’60 per la salute dei bambini milanesi, oggi senza funzione.Il piano divide i beni in tre categorie: “identitari”, legati alla memoria storica; “capillari”, distribuiti nei municipi; e quelli situati in località di villeggiatura. Un patrimonio eterogeneo che riflette l’evoluzione urbana e sociale della città.
Concessioni e responsabilità
La proprietà resta pubblica. Gli immobili saranno assegnati tramite bandi a soggetti pubblici e privati chiamati a presentare progetti di gestione sostenibili sul piano economico, sociale ed energetico.
“Il patrimonio pubblico inutilizzato è una ferita urbana, ma anche un’opportunità”, ha dichiarato Conte. “La scelta è riportarlo nella vita quotidiana dei cittadini, senza venderlo, per renderlo accessibile e utile alla collettività”. Non sono richieste risorse a fondo perduto, ma proposte solide e capacità gestionale. L’obiettivo è attivare spazi che producano valore pubblico nel tempo.
Rigenerazione e sostenibilità
Il nodo ambientale è esplicito. Il recupero di edifici esistenti evita nuovo consumo di suolo e riduce l’impatto delle costruzioni, ma impone interventi complessi, soprattutto su immobili vincolati. I progetti dovranno garantire efficienza energetica e adattamento agli standard contemporanei, senza compromettere il valore storico.In questo equilibrio si gioca una parte decisiva del piano: trasformare strutture spesso obsolete in spazi funzionali e sostenibili, capaci di ridurre i costi energetici e migliorare la qualità urbana.
Dai precedenti alla sfida attuale
L’iniziativa si inserisce in un percorso già avviato. Negli ultimi anni il Comune ha recuperato, tra gli altri, la Cascina Colombè per finalità sociali e l’ex Marchiondi, destinato a residenza universitaria. Altri immobili sono stati affidati all’Università degli Studi di Milano e ad associazioni come la Lilt.
Con venti beni coinvolti, il progetto annunciato ora rappresenta oggi il più ampio intervento italiano di riuso di edifici storici pubblici. La scala cambia e cambiano anche le aspettative: riaprire luoghi chiusi significa ridurre degrado e insicurezza, ma anche attivare nuove economie locali e servizi per i quartieri.
