Non più nicchia ma architrave di un’economia misurabile e competitiva. A dieci anni dall’introduzione della legge sulle società benefit (L.208/2015), l’Italia consolida il proprio ruolo di laboratorio europeo. Lo ha ribadito la VII Giornata Nazionale delle Società Benefit, ospitata da Cariplo Factory, dove imprese, istituzioni e mondo della ricerca hanno tracciato un bilancio netto: il modello funziona, ma ora serve alzare l’asticella.
Ma cosa sono le società benefit? Secondo la definizione del ministero delle Imprese e del Made in Italy, “si tratta di società che, nell’esercizio della loro attività economica, ampliano i propri orizzonti oltre il tradizionale scopo di lucro, abbracciando una visione più ampia e responsabile del fare impresa. Queste realtà aziendali perseguono infatti una o più finalità di beneficio comune, operando in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di tutti i soggetti che entrano in relazione con l’impresa: dalle persone alle comunità locali, dai territori all’ambiente, dai beni culturali e sociali agli enti e associazioni, fino a tutti gli altri portatori di interesse”.
La Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026 – firmata da NATIVA, Intesa Sanpaolo, InfoCamere, Università di Padova e Camera di commercio di Brindisi-Taranto – fotografa un differenziale chiaro. Le benefit crescono più delle imprese tradizionali, soprattutto tra le micro-imprese; aumentano i salari medi e cresce la redistribuzione del valore per addetto. Inoltre, i consigli di amministrazione risultano più giovani e inclusivi. Indicatori che spostano il tema dalla reputazione alla performance economica, con implicazioni dirette su produttività e attrattività del lavoro.
Dalla norma alla “materialità“
“Abbiamo una grande missione da compiere”, ha detto Marco Morganti, presidente di Assobenefit, annunciando la trasformazione dell’associazione in ente del Terzo settore. Il punto, ha spiegato, è passare da un’adesione formale a un impatto sostanziale: “Lo scopo di beneficio deve corrispondere quanto più possibile all’attività principale dell’impresa”. Una parola chiave: materialità. Non dichiarazioni accessorie, ma integrazione del beneficio comune nel core business.
Sul tavolo anche un disciplinare condiviso, pensato per rafforzare credibilità e standard operativi, in vista di un possibile aggiornamento normativo. Il primo position paper dell’associazione indica la rotta: governance trasparente, strumenti abilitanti e non prescrittivi, beneficio comune come infrastruttura strategica. In altre parole, meno marketing e più accountability.
Altro fronte cruciale è quello delle filiere e dei distretti benefit. L’idea è semplice ma ambiziosa: imprese che operano nello stesso territorio coordinano obiettivi e interventi, dialogando con le comunità locali. Un modello di stakeholder engagement già previsto in altri ordinamenti europei, che in Italia potrebbe trovare terreno fertile anche grazie al ruolo delle multiutility come soggetti aggregatori.
Europa, disuguaglianze e posizionamento globale
Nel messaggio conclusivo, Morganti ha richiamato il contesto internazionale: “L’Europa è orientata al bene comune e alla pace, ma deve difendere questi valori in un mondo segnato da crescenti disuguaglianze”. In questo scenario, le società benefit possono diventare leva industriale e culturale, non solo etica. A Milano si è chiuso un ciclo e se ne apre un altro. I dati certificano che il modello regge sul piano economico; ora la partita si gioca sulla coerenza tra missione e attività, sulla qualità dell’impatto e sulla capacità di fare sistema.
