Correvano sull’erba per la prima volta. Probabilmente non avevano mai visto la luce del sole. Eppure, racconta a EuroNews Lauree Simmons, fondatrice di Big Dog Ranch Rescue, “nel giro di un’ora circa, hanno iniziato ad avvicinarsi a noi, in cerca di attenzioni. Alcuni si sono accoccolati in braccio alle persone”. Millecinquecento beagle, prelevati dalla Ridglan Farms di Blue Mounds (Wisconsin) – il secondo allevamento di cani da laboratorio più grande degli Stati Uniti – hanno cominciato il loro viaggio verso qualcosa che per loro era inedito: la libertà.
La notizia, rimbalzata su tutti i principali media americani e non, è tecnicamente una storia di salvataggio animale. Ma raccontarla solo così sarebbe riduttivo. È anche una storia su come cambia il consenso sociale attorno alla sperimentazione sugli animali e su quanto pesa – in termini economici e politici – la pressione dell’opinione pubblica su un settore che per decenni ha operato nell’ombra.
Un accordo, non un blitz
I 1.500 cani non sono stati liberati dagli attivisti ma comprati. Big Dog Ranch Rescue e il Center for a Humane Economy hanno negoziato per mesi un accordo riservato con Ridglan Farms per l’acquisizione degli animali. Le trattative erano in corso già prima delle proteste di aprile, e Simmons ha tenuto a precisare che il suo gruppo “non era collegato alle proteste”.
Il 18 aprile scorso, circa mille attivisti provenienti da tutta l’America si erano radunati davanti alla struttura nel tentativo di portar via i cani con la forza. La risposta delle forze dell’ordine era stata netta: gas lacrimogeni, proiettili di gomma, spray al peperoncino. Ventinove arresti, cinque denunce per furto aggravato. A marzo, un’irruzione aveva già portato via 30 cani, con 63 persone segnalate alla procura distrettuale.
Il salvataggio negoziato è arrivato in modo indipendente rispetto alle proteste, forse anche grazie alla pressione che hanno generato mediaticamente, ma per vie legali e separate.
Perché i beagle
I beagle sono la razza più utilizzata nella sperimentazione animale negli Stati Uniti. Le ragioni sono pratiche: taglia contenuta, temperamento mite, affidabilità comportamentale nei test. Come spiega la stessa Simmons: “Un pastore belga Malinois non sopporterà di essere sottoposto a test o di essere confinato in un canile per tutta la vita”. I beagle sì. Quella docilità – evolutasi nei secoli per stare accanto agli esseri umani – è diventata la loro condanna in laboratorio.
“Prendiamo una delle razze più dolci, gentili e fiduciose e la maltrattiamo”, ha detto ancora Simmons. “Bisogna porre fine a tutto ciò”. È una posizione che va oltre il singolo episodio e interpella direttamente le agenzie regolatorie, le università e le aziende farmaceutiche che ancora oggi dipendono da questi modelli animali.
La struttura e il suo passato
Ridglan Farms non è nuova alle polemiche. Nell’ottobre scorso, la struttura aveva accettato di rinunciare alla propria licenza statale di allevamento a partire dal 1° luglio 2026, nell’ambito di un accordo per evitare procedimenti penali legati ad accuse di maltrattamento animale. L’azienda ha sempre respinto le accuse, ma un procuratore speciale aveva stabilito che alcune procedure oculistiche praticate sugli animali violavano gli standard veterinari dello Stato del Wisconsin. Dettaglio non irrilevante, visto che si trattava di un allevamento che riforniva centri di ricerca.
Dei 2.000 cani presenti nella struttura, 1.500 sono stati acquistati. Gli altri restano. Il Center for a Humane Economy ha dichiarato di “continuare a impegnarsi per cercare di liberare i cani rimanenti”, aggiungendo che “questi accordi richiedono compromessi” e che “senza questo risultato negoziato, è molto probabile che nessuno di questi cani sarebbe stato liberato”.
La logistica di una liberazione
I primi 300 cani sono stati trasferiti venerdì scorso. Gli altri seguiranno nel corso delle prossime settimane. Le due organizzazioni hanno allestito in Wisconsin un’area temporanea con recinti all’aperto dove gli animali vengono vaccinati, dotati di microchip, sterilizzati e preparati al trasporto. Big Dog Ranch Rescue li sta già spostando verso la sua sede nella contea di Palm Beach, in Florida, e da lì verso rifugi in tutto il Paese. L’associazione ha già ricevuto oltre 700 richieste di adozione, ma il processo sarà lungo: i potenziali genitori adottivi vengono selezionati con cura, e molti dei cani – soprattutto i più anziani – avranno bisogno di tempo per adattarsi a una vita domestica che non hanno mai conosciuto.
Un segnale, non una soluzione
Sarebbe sbagliato chiudere questa storia con un lieto fine. Millecinquecento cani trovano casa – e questa è una buona notizia. Ma il sistema che li ha imprigionati non è scomparso. Negli Stati Uniti esistono altri allevamenti simili, altri laboratori che continuano a operare nel pieno rispetto della legge federale. La pressione degli attivisti, la copertura mediatica e gli accordi negoziali hanno inciso su un caso specifico; non hanno cambiato le norme che regolano la sperimentazione animale a livello nazionale.
