12 Maggio 2026
/ 12.05.2026

La Pianura Padana respira letame

Gas serra, ammoniaca e 95 milioni di animali allevati: la pressione della zootecnia sulla Pianura Padana

Novantacinque milioni di animali allevati compressi in uno dei territori con l’aria peggiore d’Europa. La Pianura Padana è il distretto agroalimentare più ricco del Paese e anche il luogo in cui il modello zootecnico industriale mostra il suo costo ambientale più alto. Bovini, suini e pollame producono ogni anno milioni di tonnellate di gas serra e oltre 162 mila tonnellate di ammoniaca, una delle sostanze che alimentano il particolato fine, il PM 2,5, responsabile di migliaia di morti premature.

I numeri emergono dal report “Padania avvelenata“, realizzato da Greenpeace con il supporto scientifico delle ricercatrici dell’Università di Siena Valentina Niccolucci e Michela Marchi. Tra il 2017 e il 2023 gli animali allevati nell’eco-regione padana sono passati da 88,4 a 95,2 milioni di capi: un aumento del 7,7% in appena sei anni. È qui, tra Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, che si concentra oltre l’80% dei suini italiani e circa il 60% di bovini e avicoli del Paese.

Solamente nel 2023 gli allevamenti intensivi della Pianura Padana hanno prodotto 162,7 mila tonnellate di ammoniaca e oltre 12,7 milioni di tonnellate equivalenti di gas serra. Un carico emissivo che si somma a traffico, riscaldamento domestico e attività industriali in un’area che, per conformazione geografica, fatica a disperdere gli inquinanti atmosferici.

Dove si concentra l’inquinamento

La geografia dell’inquinamento zootecnico coincide quasi perfettamente con il cuore produttivo della Pianura Padana. Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte concentrano la quasi totalità dei grandi allevamenti intensivi italiani, ma il peso maggiore ricade soprattutto su alcune province lombarde ed emiliane. Brescia, Cremona e Mantova guidano la classifica sia per emissioni di ammoniaca sia per gas serra, con valori a doppia cifra rispetto al totale dell’eco-regione padana.

Scendendo a livello comunale, il report individua veri e propri hotspot emissivi. Fossano, in provincia di Cuneo, è il Comune con le emissioni più alte di ammoniaca, seguito da Reggio Emilia e Montichiari, nel Bresciano. Per i gas serra, invece, il primo posto spetta a Reggio Emilia, davanti a Fossano e Parma. In molti casi si tratta di territori dove alla concentrazione di allevamenti si sommano già problemi cronici legati ai nitrati nei suoli e nelle falde, segno di una pressione ambientale che da anni supera la capacità di assorbimento del territorio.

Il quadro racconta una trasformazione profonda della zootecnia italiana. La stalla tradizionale lascia spazio a un sistema altamente concentrato, dove migliaia di animali vengono allevati in spazi ridotti e producono enormi quantità di reflui. È qui che nasce gran parte dell’ammoniaca che poi finisce nell’atmosfera.

Lo smog che arriva dalle stalle

Per anni il dibattito pubblico sull’inquinamento della Pianura Padana si è concentrato quasi esclusivamente sul traffico urbano. Eppure una quota importante del PM2.5 nasce lontano dalle tangenziali.

L’ammoniaca prodotta dagli allevamenti reagisce infatti con altri composti presenti in atmosfera formando particolato fine secondario. Secondo una ricerca europea citata nel rapporto Greenpeace, città vicine alle aree agricole intensive, come Milano, registrano concentrazioni di ammoniaca tre o quattro volte superiori rispetto a metropoli europee più lontane dagli allevamenti, come Londra o Madrid. L’inquinamento agricolo viaggia e contribuisce alla qualità dell’aria delle aree urbane.

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, nel 2023 il particolato fine è stato associato a oltre 43 mila morti premature in Italia, il dato peggiore d’Europa.

Il peso dell’allevamento bovino

Secondo lo studio, gli allevamenti bovini sono responsabili del 65% delle emissioni di ammoniaca e addirittura dell’84% dei gas serra dell’intero comparto zootecnico padano. Il motivo principale è il metano prodotto dalla fermentazione enterica e dalla gestione dei liquami, un gas che nei primi vent’anni ha un impatto climatico molto più elevato della CO₂.

Eppure proprio gli allevamenti bovini restano esclusi dagli obblighi più severi previsti dalla Direttiva europea sulle emissioni industriali, oggi applicata soprattutto ai grandi allevamenti di suini e pollame.

“L’esclusione degli allevamenti bovini dalla direttiva Industrial Emissions Directive, la normativa che disciplina e limita le emissioni delle attività industriali più inquinanti, costituisce una lacuna rilevante”, osserva Simona Savini, campaigner di Greenpeace Italia, “soprattutto in contesti ad alta densità come la Pianura Padana”.

Un sistema al palo

Dal 2017 a oggi le emissioni non mostrano riduzioni significative. L’ammoniaca cala leggermente, ma i gas serra aumentano insieme al numero complessivo di animali allevati. “Il settore zootecnico nell’eco-regione Padana continua a esercitare una pressione ambientale significativa”, scrivono Valentina Niccolucci e Michela Marchi. “Le emissioni non mostrano segnali di riduzione sostanziale”.

Ed è questo il punto politico che il rapporto mette sul tavolo: la Pianura Padana soffoca anche per un modello produttivo che continua a concentrare milioni di animali nello stesso territorio, scaricando sull’ambiente e sulla salute pubblica il costo reale della carne a basso prezzo.

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