12 Maggio 2026
/ 12.05.2026

Meno incendi significa anche spendere meno

Uno studio pubblicato su Science dimostra che gestire le foreste prima che vadano a fuoco conviene: ogni dollaro investito ne restituisce tre. Ma le politiche stentano a seguire la scienza.

Il fuoco non si combatte soltanto quando divampa. Si combatte prima, nei mesi e negli anni in cui la vegetazione si accumula, trasformando boschi e foreste in depositi di combustibile pronti ad esplodere alla prima scintilla. È un’idea non nuova, ma finora difficile da difendere con numeri alla mano. Adesso quei numeri ci sono, e sono convincenti.

Uno studio coordinato da Frederik Strabo dell’University of California Davis, appena pubblicato sulla rivista Science, ha analizzato 285 incendi che si sono sviluppati tra il 2017 e il 2023 in undici stati dell’Ovest degli Stati Uniti. L’obiettivo era misurare cosa è cambiato nelle zone in cui si era intervenuti in anticipo sulla vegetazione, rispetto a quelle lasciate al loro sviluppo naturale. Il risultato è che nelle aree trattate le superfici bruciate si sono ridotte del 36%.

Tagliare alberi per salvare foreste

Le tecniche studiate sono principalmente due: il diradamento (cioè la rimozione selettiva di alberi e arbusti per ridurre la densità del bosco) e il fuoco prescritto, cioè incendi controllati appiccati deliberatamente in condizioni di sicurezza per eliminare il sottobosco secco. Pratiche che in apparenza sembrano controintuitive: a prima vista tagliare e bruciare non sembrano tecniche di protezione. Ma la logica è solida. Un bosco fitto e ricco di vegetazione morta brucia in modo devastante; uno gestito offre meno carburante alle fiamme, che si propagano più lentamente e con meno intensità.

Questo, nota lo studio, non vale solo per gli ecosistemi, ma anche per chi deve spegnere gli incendi. Fiamme meno alte e più lente sono fiamme più gestibili: le squadre di emergenza lavorano in condizioni meno pericolose e con maggiori probabilità di contenere i roghi prima che sfuggano di mano.

I conti tornano

La parte più originale della ricerca è quella economica. I ricercatori hanno stimato che gli interventi preventivi analizzati hanno evitato danni compresi tra 2,7 e 2,8 miliardi di dollari, calcolando non solo le proprietà risparmiate dalle fiamme, ma anche la minore quantità di CO2 emessa e la riduzione dell’inquinamento atmosferico. Il rapporto costi-benefici è netto: per ogni dollaro speso in prevenzione, i benefici restituiti superano i tre dollari.

Eppure questi interventi restano ancora poco diffusi. Uno dei motivi è proprio la difficoltà di rendere visibili i benefici: quando la prevenzione funziona, non succede nulla. E il nulla è difficile da raccontare, da giustificare nei bilanci, da tradurre in voti. I benefici, inoltre, si manifestano nel lungo periodo, mentre i costi della prevenzione sono immediati. Una logica politicamente scomoda.

Il clima cambia, le politiche no

Il problema di fondo non è tecnico: è strutturale. Per secoli, incendi naturali a bassa intensità e pratiche tradizionali di gestione del territorio hanno mantenuto i “carichi di combustibile” entro limiti tollerabili. Poi è cambiato tutto: l’espansione delle zone abitate verso aree a rischio;l’abbandono delle aree interne e dunque la mancanza di cura; infine la crisi climatica che allunga le stagioni di siccità e moltiplica le condizioni favorevoli ai grandi roghi.

“Per realizzare pienamente il potenziale di questi interventi sarà necessario andare oltre il consenso scientifico e adottare riforme politiche incisive”, scrivono gli autori. Una frase che suona come un appello, forse anche come un segno di frustrazione. La scienza, in questo caso, ha già fatto la sua parte: ha dimostrato che prevenire gli incendi conviene, economicamente e ambientalmente. La palla adesso è nel campo della politica che finora non è riuscita a tenere il passo della crisi climatica.

CONDIVIDI

Continua a leggere